Antonio Cabrini, campione d’Europa con la Juventus e del mondo con la Nazionale, è stato uno dei difensori più forti del nostro calcio. Oggi, con Cesare Prandelli, gestisce il Cremona Pala Padel, nella città in cui è nato. «Per molti una semifinale che finisce 5-4 è un bello spot per il calcio moderno. Io sinceramente in gare così non vedo chissà quale innovazione, ma una catena di episodi in cui qualcuno ha fatto la cosa giusta e qualcun altro ha invece sbagliato. Ai miei tempi, fare nove gol in una partita era molto improbabile».
Cosa è cambiato da allora?
«La velocità, le dinamiche di gioco, l’approccio alla partita, il modo stesso di affrontare l’avversario. Una volta era difficile che i marcatori lasciassero scappare gli attaccanti, anche i più rapidi». Con il Var, avreste potuto difendere nella maniera in cui lo facevate un tempo? «Impossibile. Avremmo preso tutti un sacco di cartellini, attaccanti compresi. E le partite sarebbero durate un’eternità, per le continue verifiche al video. Ma non eravamo cretini, ci saremmo adeguati in fretta. Non era con i falli che fermavamo gli avversari, ma con una dedizione totale».
Dopo anni di tiki-taka, c’è un ritorno al gioco verticale. Le piace?
«È più divertente. Si è recuperata l’idea che l’area avversaria va conquistata velocemente. Dobbiamo ringraziare soprattutto la Premier League, che per prima è tornata a un gioco proiettato in avanti, più naturale e meno cervellotico. Sarebbe l’ora di tornare a insegnare ai difensori a difendere». Come si fa? «Posso raccontare come si faceva quando ero nelle giovanili. Ci insegnavano tutto: a calciare di sinistro e di destro, ovviamente a marcare, ma anche a uscire col pallone dalle situazioni sporche o caotiche. Imparavamo a gestire il pericolo e ad arrangiarci, al di là di schemi e geometrie». Fra le parole italiane più conosciute dagli stranieri amanti del calcio c’è “catenaccio”. Le piace? «Per niente. È una caricatura che non tiene conto della qualità tecnica e dell’impegno che avevano le nostre difese. Ci abbiamo costruito le vittorie dei Mondiali del 1982 in Spagna e del 2006 in Germania. Ci vuole rispetto quando si parla del calcio italiano».
