Il dolore e la pazienza. Forse sono le parole chiave dei due spagnoli che andranno a giocarsi la Champions guidando un club francese, il Psg, e uno inglese, l’Arsenal. Il dolore che ha plasmato la vita di Luis Enrique e la pazienza che ha accompagnato Mikel Arteta.
Luis Enrique a caccia della terza Champions
Luis Enrique ha perso una figlia bambina, la sofferenza più immane dell’universo, eppure non ha smarrito la strada, riuscendo nel miracolo di dare un senso nuovo ad ogni cosa, anche al calcio. La Champions l’aveva già vinta nel 2015 contro la Juve, al comando di un favoloso Barcellona (Messi, Suarez, Neymar), e se l’è ripresa l’anno scorso umiliando l’Inter, bissando il Triplete di dieci anni prima. Mikel Arteta invece era rimasto fuori dalla Champions per sei volte, arrivando subito ottavo in Premier, però nessuno lo ha messo in discussione, e l’Arsenal è diventato dominante.
Le manie di Arteta
I due sono diversi, ma l’ossessione tattica li accomuna. «Non vi spiego, non capireste», ha detto Luis Enrique ai cronisti, non una mancanza di rispetto ma la certezza di una distanza incolmabile. Leggendarie le manie di Arteta, per il Lego e per le metafore — la lampadina tenuta in mano in un’arringa di spogliatoio a significare l’energia, il labrador sociale (Win) da accarezzare per levarsi la tensione, l’ulivo secolare piantato al centro di allenamento come memento delle radici. Dicono che Arteta non dorma mai. Fa palleggiare i suoi giocatori con una penna in mano per aumentare attenzione e coordinazione, fa ascoltare a tutto volume gli inni degli avversari per abituare alla pressione ostile. Ha persino portato due borseggiatori a una riunione con la squadra, perché alleggerissero le tasche di ragazzi più distratti: la mente è tutto.
Le mosse di Luis Enrique
Sono alieni, Luis e Mikel: due “alienatori”. Uno come Arteta, in serie A sarebbe stato esonerato dopo sei mesi. E quell’altro, alla guida della Roma lo hanno trattato quasi come un mentecatto. Arteta è l’allievo prediletto di Guardiola, da cui ha imparato il rigore tattico. Invece Luis Enrique pretende che la squadra riconquisti il pallone non più di 6 secondi dopo averlo perso. Ne inventano, di diavolerie, quei due. Pare che Luis Enrique abbia appena brevettato il rinvio sbilenco del portiere Safonov, lungo e fuori misura, lui che pure è uno dei massimi sacerdoti della costruzione dal basso: altitudini.
Le identità di Arteta
L’Arsenal andrà a giocarsi una Champions vent’anni dopo (nel 2006 fu sconfitto dal Barcellona di Ronaldinho), con il basco Arteta che ha appena eliminato i catalani dell’Atletico Madrid: quanta Spagna in questi destini talvolta al contrario. Sempre il basco Arteta si affermò come calciatore a Liverpool e a Londra, ed è ancora l’Inghilterra il luogo del suo magistero tecnico, prima come vice del catalano Guardiola e poi da solo. Nessuna crisi d’identità, quando le identità sono molteplici e tutte nitide.
La trasformazione del Psg con Luis Enrique
Non meno tormentati i nodi e i garbugli di Luis Enrique, che fu un notevole giocatore spagnolo, vincitore di Champions al Barcellona ma costruttore del suo principale capolavoro a Parigi, rendendo la collezione di figurine del Psg una squadra formidabile e vera. Più che unita, unica. Pareva impossibile riuscirci, viste le tendenze individualiste dei moderni galacticos in riedizione numerata, prima dell’arrivo di Luis Enrique imprigionati dall’identica ipertrofia dell’ego che, a suo tempo, limitava oltre ogni misura il Real Madrid di Ronaldo, Figo, Beckham, Roberto Carlos e Zidane. E saranno anche un po’ paranoici, Mikel e Luis, ma hanno dimostrato come dolore e pazienza facciano sostanza.
