Milano – C’è una parola che si trova solo sui dizionari e nelle dichiarazioni di Cristian Chivu: premurosità. Nell’accezione dell’allenatore, più ampia rispetto alla definizione della Treccani, significa avere cura di tutto: del contesto e del rischio, delle variabili possibili, del senso di sé e dei meriti altrui. È per premurosità che il tecnico, vincitore dello scudetto alla prima stagione intera da professionista, ha lasciato la conferenza stampa del trionfo ai suoi collaboratori. E così ha evitato di farsi complimenti da solo. «Cristian ha portato idee nuove, senza cancellare quanto di buono aveva fatto Inzaghi», ha detto Aleksandar Kolarov, che per fargli da vice ha rinunciato ad allenare l’Under 21 serba. «Ha valorizzato le qualità dei giocatori», ha aggiunto Angelo Palombo, suo compagno di corso a Coverciano. «È stato bravo a gestire le sconfitte e ha portato passione», ha chiosato il tattico Mario Cecchi, che non ha voluto seguire Simone in Arabia.
Pellissier e quello scontro con Chivu
Della premurosità di Cristian Chivu è testimone chi lo incrociato da compagno e da avversario. Come Sergio Pellissier, che nel 2010, in un Chievo Verona-Inter, in uno scontro mandò l’allora terzino sinistro di Mourinho in ospedale. Fu operato e tornò in campo con quel caschetto protettivo che decine di interisti hanno sfoggiato a San Siro come simbolo dello scudetto numero 21. «Dopo essersi ripreso, Cristian mi ha rassicurato. Ha capito che ero scosso. Gliene sono grato. Quando ci incontriamo, ci abbracciamo», racconta l’ex attaccante.
Un paio di sigarette per fare festa
Dopo la vittoria, a parlare, prima dello staff, sono stati i giocatori. Anche perché Chivu era scivolato in spogliatoio per festeggiare con un paio di sigarette, una debolezza che ammette: «Chiedo scusa, ma ognuno ha i suoi vizi». A Parma, i tifosi la sera lo vedevano fumare passeggiando per le vie del centro. «Lo avrebbero voluto fermare, per ringraziarlo e incoraggiarlo, ma lo lasciavano in pace. Capivano che era il suo momento», racconta chi è stato vicino nei tre mesi di apprendistato alla Serie A al termine della scorsa stagione, concluso con la salvezza.
La passione per gli sci
Cristian non è tipo da abbuffarsi. A pranzo non mangia quasi nulla. Gli piace sciare e per farlo, anche solo per qualche ora, accetta sveglie severe: da Milano alle Alpi svizzere e ritorno. Per il resto ci sono la famiglia, tanto calcio e gli amici. Quelli di ieri e di sempre, come Stankovic e Materazzi. Quelli di oggi, fuori e dentro lo spogliatoio, che in lui vedono una guida, un fratello maggiore e un esempio. «Ha portato energia, libertà e aria nuova», ha detto Lautaro, presentandosi ai microfoni da capitano e campione d’Italia. «Mi ha capito subito, lo ringrazierò per sempre», ha aggiunto Calhanoglu, che dopo la disfatta in finale di Champions League a Monaco sembrava pronto a volare in Turchia. «Ci ha fatto sentire una grande squadra. Scendiamo in campo e sappiamo di avere addosso la maglia dell’Inter», sorride Thuram. La ‘premurosità’ di Chivu Premurosità significa controllo e capacità di prendersi le proprie responsabilità. Chivu ha usato la parola per lodare Bastoni, quando ha ammesso l’errore dell’esultanza dopo l’espulsione ingiusta di Kalulu, e Barella, che ha ammesso il proprio momento difficile prima e dopo la maledetta eliminazione ai play-off della Nazionale con la Bosnia. «Le cose non succedono per caso», ripete Chivu. Non è superstizioso, detesta gli alibi, lavora per allentare la tensione — i giorni liberi che concede alla squadra sono uno strumento prezioso — ma non accetta i cali di attenzione. «Non voglio sembrare ipocrita, ma sto pensando alla finale di Coppa Italia», ha detto un’ora dopo avere alzato un trofeo su cui a inizio stagione non scommetteva quasi nessuno, ma che è il risultato di una serie di scommesse vinte. Il richiamo alla Pinetina di Pio Esposito, che ha cresciuto nelle giovanili. L’arrivo di Bonny, che ha portato con sé da Collecchio. E anche la sua chiamata in panchina, che il presidente Beppe Marotta descrive come «atto di coraggio». È questa, coraggio, la seconda parola che meglio descrive Chivu. La terza è psicologia. «Ho rischiato di morire e ho dovuto parlare con me stesso. Lì ho perso l’ego. Adesso c’è il gruppo». Quello dei suoi giocatori, che ballano in spogliatoio. Quello dei suoi collaboratori, raggianti dietro al tavolo delle conferenze.
