Urla del silenzio. Le più rumorose sono quelle dei tifosi: malinconica spia di un’assuefazione alla sconfitta che si sta trasformando in disinteresse nei confronti dei colori azzurri, tra una figuraccia mondiale e l’altra. La prima esclusione nel 2018 per mano della Svezia era stata infatti una batosta storica. La seconda 4 anni dopo nella semifinale play-off con la Macedonia del Nord aveva fatto gridare alla vergogna. Sulla terza aleggia invece un distacco che fa ancora più male, di cui i giocatori hanno potuto subito prendere atto al rientro a casa, a poche ore dalla resa di martedì notte a Zenica. Aeroporti deserti. Nessuno in attesa a Capodichino o a Malpensa, perché la delusione è di tutti e non ha confini geografici. L’Italia ha smesso di emozionare e non riesce più nemmeno a trovare le parole per scusarsi. A mente meno calda ci ha provato Gigio Donnarumma, ma senza riuscire a metterci direttamente la faccia, attraverso i social. «Dopo la partita con la Bosnia ho pianto, per la delusione di non essere riusciti a portare la Nazionale dove merita e la tristezza enorme che stiamo provando io e tutto il gruppo, di cui sono fiero di essere capitano. Ho un sentimento da condividere con voi: serve il coraggio di girare pagina, ancora una volta, dopo un’amarezza così grande. Con forza, passione e convinzione. Crederci sempre, questo è il motore per andare avanti. Perché la vita sa premiare chi dà tutto, senza risparmiarsi. Ed è da qui che dobbiamo ripartire. Insieme. Ancora una volta». Via dalla Bosnia a tempo di record La nottata non è passata e il percorso emotivo per superare lo shock sarà lungo e tortuoso, anche se l’Italia è riuscita a dileguarsi dalla Bosnia in festa a tempo di record. Dal loro bus, all’uscita dallo stadio e nei 70 chilometri della strada che collega Zenica allo scalo di Sarajevo, gli azzurri si sono immersi loro malgrado nell’esplosione di gioia di un Paese in delirio, che a giugno andrà in America al posto nostro. Fuochi d’artificio e cortei fino all’alba, che non hanno impedito tuttavia alla depressa comitiva della Nazionale di prendere al volo il charter per tornare a casa: l’unico dribbling di una trasferta orribile, in cui i fantasmi del Bilino Polje si sono aggiunti alla galleria di brutti ricordi degli ultimi 8 anni. Lacrime al fischio finale Tante lacrime, al fischio finale. La metamorfosi fa paura: da potenza a rappresentativa di seconda o a terza fascia, visto che per i Mondiali si sono qualificati in 48, ultimo l’Iraq. L’Italia resta di nuovo a guardare e lo smarrimento tra i giocatori è stato generale, unendo chi chiude con la Nazionale e i più giovani, che un’altra possibilità l’avranno. L’ottimo Palestra, Pisilli, Pio Esposito e Vergara, assente a Zenica per infortunio. Ma è presto per pensarci. L’unico a parlare è stato Leo Spinazzola. «Per me è il passo d’addio e fa male, specie per i bambini che nemmeno stavolta potranno tifare i nostri colori». I giocatori del Napoli si sono separati dal gruppo e alle 3.30 erano già a Capodichino, attesi da 4 taxi. Gattuso e il grosso della comitiva sono sbarcati a Malpensa, nel disinteresse generale. Il distacco dalla Nazionale fa più male delle contestazioni. Dal blitz in Bosnia è uscito a pezzi Alessandro Bastoni, nel tunnel dopo la simulazione di San Valentino con la Juve. È stata infatti la sua sciagurata espulsione il colpo di grazia sui sogni dell’Italia di Ringhio. Scossi quelli dell’Inter, asse portante della Nazionale. I Mondiali persi sono un’onta che lo scudetto può lavare in parte. Ma rituffarsi sul campionato non è facile, dopo la via crucis del ritorno dalla Bosnia. La Pasqua del nostro calcio pare lontana.
