Milano - Nelle ore che hanno preceduto e seguito le partite di Inter, Juventus e Atalanta in Champions League, segnate dalla traumatica eliminazione delle due grandi sulla soglia degli ottavi di finale, contro squadre dei campionati norvegese (Bodø Glimt) e turco (Galatasaray), e alleviate solo dall’entusiasmante rimonta della meno pronosticata contro la seconda forza della Bundesliga (Borussia Dortmund), nel calcio italiano si è riaffacciato il dibattito interno: è davvero colpa del gioco della serie A, più lento e meno intenso di quello dei principali campionati europei (e non solo), al punto da azzerare qualunque vantaggio tecnico? E la preponderanza della tattica, con lezioni specifiche quotidiane sul campo che possono talvolta monopolizzare le sedute a scapito della parte atletica, non rischia di trasformarsi in boomerang quando si affrontano avversari più svelti e abituati a un ritmo più alto? I numerosi calciatori italiani della Premier League hanno in effetti raccontato spesso che la principale differenza rispetto agli allenamenti italiani, a parità di durata, è proprio l’intensità.
La perdita di competitività
Di sicuro c’è che proprio in questi giorni di crisi, anticipata dal Napoli uscito già prima dei play-off, hanno ripreso a circolare dati già diffusi durante l’inverno, quando l’allarme per il rendimento dei club italiani nella coppa più importante cominciava ad affiorare. Alcuni staff hanno di nuovo discusso della questione, rilevata dalle statistiche e dalle analisi dei siti specializzati. Secondo queste tabelle, in Italia il gioco sarebbe più lento, di parecchio. L’aspetto fisico-atletico è parso tra le concause della disfatta interista col Bodø, anche se poi a pesare sono stati soprattutto gli errori individuali, sotto porta e in fase difensiva, in particolare per la Juventus, al di là del molto censurabile arbitraggio di Pinheiro nella partita di ritorno e dell’impresa sfiorata. Rimane comunque cruciale, nella chat diffusa tra gli addetti ai lavori più inclini all’autocritica, la domanda fatidica: da che cosa deriva la perdita di competitività, in controtendenza con le tre finaliste su tre del 2023 e con la scalata al ranking Uefa e la conquista dell’Europa League da parte dell’Atalanta nel 2024? La risposta starebbe appunto nelle due tabelle ufficiosamente elaborate. Nella prima tabella si analizza la velocità del pallone, dato in verità di difficile misurazione (anche coi sensori applicati) per via delle sollecitazioni che riceve a ogni calcio. La differenza appare un po’ eccessiva, perché si discosta troppo dalla media (7 metri al secondo) fin qui accettata come parametro: 10.4 metri al secondo in Champions League, 9.8 in Premier, 9.4 in Bundesliga, 8.4 nella Liga. La serie A, coi suoi 7.6 metri al secondo, sarebbe in ritardo, come spiega la chiosa: “In tutti i campionati d’Europa le giocate che aggrediscono e fanno segnare nella trequarti avversaria sono al di sopra dei 9 metri al secondo”. Si tratta in sostanza – e qui il concetto si fa meno confutabile - della cosiddetta “tecnica sotto pressione”: i calciatori del campionato italiano, palleggiatori infallibili a ritmo blando, risultano meno abili, rispetto ai loro colleghi dei campionati più importanti, a gestire palla quando il ritmo è più elevato.
Appesi al miracolo dell’Atalanta
Invece la seconda tabella, attribuita al Cies (il centro internazionale di studi sportivi) senza però tracce evidenti del link, è più attendibile e per certi versi più preoccupante, perché fotografa i dati della media dei metri percorsi durante la partita in sprint, cioè a una velocità superiore ai 25 chilometri orari. In questa classifica l’Italia non compare proprio tra le prime 10 leghe. Che sono nell’ordine quella inglese (199.6 metri), olandese, svizzera, francese, norvegese, belga, svedese, spagnola, tedesca e turca. Molto dipende certamente dagli spazi in campo: dove ce ne sono di più, con squadre allungate e meno tatticismo come in Inghilterra. Ma in questa materia le differenze si vedono anche a occhio nudo e gli strappi palla al piede sono più frequenti in Premier League: un conto è sviluppare la velocità massima in fase di possesso e un altro è farlo rincorrendo un avversario. Qui la serie A è indubbiamente più compassata e paga la desuetudine agli strappi. La cosa certa è la consapevolezza di un campionato più lento: troppo, per non dovere rinviare ancora, salvo un miracolo dell’Atalanta attesa dal duello con il Bayern, la conquista della Champions, che alle squadre italiane sfugge dal 2010, l’anno del Triplete dell’Inter di Mourinho.
