Il povero Igor Tudor proprio non se ne capacita. Non riesce a ricordare com’è nata questa storia del traghettatore, una parola che gli è rimasta appiccicata addosso e di cui non riesce a liberarsi. A Udine si è costruito la fama di uomo perfetto per le missioni di salvataggio a breve durata, arrivando due volte in primavera. La Lazio lo chiamò a marzo e tre mesi dopo si salutarono. Con la Juve è andata com’è andata: si sentì un Caronte già ai Mondiali per club. Così quando è arrivato a Londra, al Tottenham, ha scoperto che gli inglesi usavano di nuovo quella parola, e addirittura la usavano in italiano. T come traghettatore, T come Tudor. Ha tra le mani un paziente nobile, qualificato per gli ottavi della Champions ma con il rischio di una storica retrocessione dentro casa. Dinanzi a tutto questo, Tudor si sta ponendo con un’onesta brutale. "Non esiste un allenatore al mondo che possa arrivare e usare solo il bastone. I giocatori direbbero: ‘E tu chi sei?’. Non sono qui per urlare contro di loro. Avete un'immagine totalmente sbagliata di me", ha detto, tentando di smarcarsi da un’altra etichetta che gli abbiamo messo addosso. Il sergente di ferro. Faceva molto fico fino a poco tempo fa, ma la società cambia, i giovani cambiano e i sergenti di ferro funzionano solo nei film. Il punto più spettrale e moderno di tutta questa vicenda è la condanna dell'etichetta, la lotta contro il proprio personaggio, la scatola chiusa che ha deciso chi sei prima ancora che tu apra bocca. Tudor è l'uomo del fango e del bastone: abbiamo deciso così, e per venirne fuori Tudor non può neppure gridare. Altrimenti lo conferma.

Imponiamo a Tudor – e a tutti gli altri allenatori – di essere sempre uguali a sé stessi nel nostro immaginario, come se i risultati e gli atteggiamenti di ieri fossero algoritmi ripetibili all'infinito. Mourinho è così, Guardiola è colà, Allegri è il corto muso, De Zerbi è l’esteta. Non ci è permesso di cambiare contesto o di fallire in un altro modo. Se hai salvato l'Udinese, devi salvare il Tottenham. Ieri Tudor ha detto che "la vera pressione è quella di un medico che opera", compiendo un piccolo atto di ribellione contro la iper-drammatizzazione dell'insignificante – una partita di calcio – nel pieno di una perdita di contatto totale con la realtà del vero dolore. Andrà come andrà, lo vedremo, ma nel frattempo la storia di Tudor al Tottenham è la parabola di un uomo che cerca di essere tridimensionale in un mondo che lo vuole piatto. È la lotta per non essere ridotti a un meme – e un po’ ci riguarda tutte e tutti.