Evaristo era lunatico, sì, ma cosa c’è di più affascinante della Luna? Aveva anche lui il suo lato nascosto, e più che nascosto in ombra. Il buio, in campo, gli calava dentro senza avvertire, e allora si giocava in dieci. Ma quando la Luna stava quieta, con Beccalossi si era sempre in dodici e si vinceva. E se non si vinceva, si mandava a casa contenta la gente, perché tutti si erano divertiti come bambini al circo.

L’addio a Beccalossi

Un po’ bambino lo era rimasto anche lui. Se n’è andato ieri a 69 anni, ma forse non c’era già più dal gennaio 2025, quando un’emorragia cerebrale si era presa la sua allegria da scanzonato cabarettista. Allegro e triste come i poeti, e infatti dicono che la poesia non serve a niente. Non in senso materiale. La poesia non si tocca ma si sente, perché canta dentro. Il giudizio dell’avvocato Prisco Il pallone di Evaristo, anche quello cantava. Come disse Peppino Prisco, «non è Beccalossi che gioca con la palla, è la palla a giocare con lui». Pochi sono stati più romantici di Evaristo da Brescia, collegato idealmente al tempo in cui i patriarchi del calcio, i più asimmetrici e bizzarri tra loro, potevano chiamarsi Tarcisio o Comunardo. Possedeva, innato, l’estro dell’imperfezione. Lo esprimeva con la famosa doppia finta, o con l’indolenza del magico tocco. «Era un genio, i suoi dribbling erano ricami estetici più che una sfida all’avversario», ha scritto Aldo Serena, suo primo compagno di stanza all’Inter, maglia con la quale vinse uno scudetto agli ordini di Eugenio Bersellini, uno che amava il rigore ma era affascinato dalla follia.

Saltò il Mundial 82

Stralunato e pigro, il Becca era amatissimo perché menestrello libero con canzoni sempre nuove. Non lo chiamava Bearzot, che in Nazionale preferì le architetture di Antognoni, ma è come dire che Brunelleschi è meglio di Picasso. A volte Evaristo sembrava triste. Assomigliava a Francesco Nuti, come lui a un certo punto risucchiato dalla notte, ma anche senza parole i suoi occhi cantavano e accarezzavano. «Era un ragazzo meraviglioso», lo ricorda Fulvio Collovati, «una stella che non cambiò mai carattere. Con lui, il pallone prendeva vita». I due rigori sbagliati In un giorno di biblico diluvio segnò due gol al Milan e si prese lo scudetto, era l’ottobre del ’79. Tre anni più tardi fallì i due famosi rigori contro lo Slovan, qualcosa che gli appartenne perché raccontava alla perfezione l’anima bislacca di un talento unico, e forse ultimo. Mancino addestrato, nato destro naturale, Beccalossi addomesticò il piede sbagliato facendolo diventare quello giusto. Come Tex Willer non aveva preferenze, e l’avversario non poteva mai immaginare la direzione del tiro. Più di un difensore finì contro i cartelloni pubblicitari, sballottato da quelle finte come occhiate sonnolente. Perché l’Evaristo sembrava sempre essersi appena alzato dal letto, dopo che la mamma per convincerlo gli aveva dovuto tirar via le coperte e spalancare le finestre in pieno inverno. Ma bastava che lui si destasse, possibilmente con un pallone tra i piedi, e subito si faceva primavera. Il calcio gli ha voluto tanto bene, sentendo in lui la voce della solitudine più scintillante e ammirando l’arte per sé stessa, quella che non chiede nulla se non di esistere.