Da quando l'Italia ha fallito per la terza volta consecutiva l'accesso al Mondiale, non si fa altro che elencare una serie di priorità su cui il nuovo presidente federale, così come il prossimo ct della Nazionale, dovranno lavorare per rilanciare il nostro calcio. Una di queste è la crescita e valorizzazione dei talenti, che passa inevitabilmente da una riforma dei settori giovanili. E chi di giovani se ne intende è Guglielmo Stendardo, ex difensore tra le altre di Lazio, Juventus e Atalanta, oggi allenatore della Salernitana Primavera, presa a stagione in corso in una situazione complicata e portata, lo scorso weekend, ad una miracolosa salvezza senza passare dai play out. Un successo che si aggiunge a quello di dodici mesi fa, quando Stendardo, calciatore "in toga" (uno dei pochi a conseguire la laurea in Giurisprudenza mentre era ancora in attività), riportò il Valmontone in Serie D dopo 32 anni. Lo abbiamo incontrato a Roma, a margine della 18/a edizione del premio "Sette Colli", evento organizzato dal giornalista Fabrizio Pacifici e dall'on. Fabrizio Santori nella settimana che porta al derby di ritorno della Capitale (quest'anno a dir poco infuocata). Stendardo, il prossimo 22 giugno si sceglierà il nuovo presidente della Figc. Malagò e Abete hanno sciolto le riserve sulle proprie candidature. Sono i nomi giusti per far ripartire il calcio italiano? ''In un momento così delicato per il movimento calcistico italiano, al di là di chi rappresenterà la Figc, bisogna modernizzare la struttura federale, rilanciare il settore giovanile, gli investimenti strutturali, migliorare la competitività della Serie A e restituire credibilità internazionale alla Nazionale italiana''.

Dopo il flop della Nazionale, si è puntato molto il dito sui pochi italiani presenti nei settori giovanili. Lei che sta allenando la Primavera della Salernitana, cosa ne pensa a riguardo? ''In Italia sono troppi gli stranieri nel campionato di Serie A (69,1%), ma soprattutto quelli che arrivano nel nostro paese, non sono più bravi dei nostri giovani. È pur vero che ci sono leggi che hanno favorito ed hanno incentivato (anche dal punto di vista fiscale), tante società verso l’ acquisto di stranieri. Bisogna rivoluzionare culturalmente il settore giovanile mettendo al centro di ogni programma il talento, le competenze e la meritocrazia''. Tra le riforme sul tavolo, c'è proprio quella legata ai settori giovanili. Pensa che sia una delle priorità garantire più spazio ai ragazzi italiani nei vivai? E crede che sia giusto inserire regole anche nelle categorie superiori, come per esempio un numero minimo di italiani nella formazione titolare? ''Il mio modesto pensiero è che esiste una regola su tutte che si chiama buon senso. Imporre più o meno l’ utilizzo di giovani italiani o under, non credo sia la soluzione che risolverebbe tutti i problemi. Magari inserire dei premi che possano rendere conveniente investire sui giovani italiani, sarebbe preferibile come soluzione. Il calcio è uno sport ed è anche una delle aziende più importanti del nostro paese. Bisogna inserire all’interno di questa azienda il top management e tutte quelle eccellenze in grado di valorizzarne il prodotto. Occorrono, dunque, menti lucide che non abbiano interessi politici ed economici. Bisogna avere una visione ampia, lungimirante e con un progetto a medio-lungo termine, salvaguardando e tutelando il bene del sistema''.

Quale altra riforma pensa sia fondamentale per risollevare le sorti del calcio italiano?

''La parola magica su tutte di chiama sostenibilità. Sarebbe opportuno lavorare sulla riduzione dei debiti, sul potenziamento delle infrastrutture e sugli stadi. Tutto il resto, viene subito dopo''. A proposito di giovani, parliamo dell'impresa con la Primavera della Salernitana. Ci racconti questa cavalcata e quanto sia stata importante questa stagione per la sua crescita come allenatore. ''È stata una bellissima esperienza perché lavorare con i giovani è completamente diverso. Non alleni soltanto per te stesso, ma alleni soprattutto per contribuire alla realizzazione dei loro sogni. E non alleni solo per il risultato finale che nel settore giovanile non dovrebbe essere così importante. Ma il vero obiettivo del mio lavoro, che condivido con il Direttore e con il Dott. Alfano, è la valorizzazione e la crescita dei giovani all'interno di un percorso verso la prima squadra. Il risultato collettivo, invece, è stata un'impresa con la squadra, con il mio staff tecnico e con tutte le componenti manageriali che hanno contribuito al raggiungimento dell'obiettivo finale. Ringrazio il Presidente Danilo Iervolino che mi ha dato questa opportunità professionale ed umana''. L'anno scorso ha contribuito alla promozione del Valmontone in D dopo 32 anni. Quali differenze ha riscontrato tra allenare in Primavera e in Eccellenza? Dove c'è più pressione? ''Con gli adulti e nel mondo dei dilettanti, è completamente diverso. Sono mondi diversi ma entrambi, mi hanno insegnato tanto. Vincere in ogni categoria è molto difficile. Farlo dopo 32 anni a Valmontone è stata una bellissima esperienza. E se scegli di fare l'allenatore, in qualsiasi categoria, non puoi non avere pressioni. Fa parte del gioco''. Parliamo della Lazio. Il ko in Coppa Italia ha certificato che per il secondo anno consecutivo i biancocelesti non giocheranno in Europa. Pensa che questo sia un ridimensionamento definitivo o il club può tornare ad alti livelli? ''Credo che sia un momento passeggero. Mi auguro che la Lazio possa tornare a competere in Europa perché è una società che rappresenta una città unica al mondo, una tifoseria incomparabile ed una storia da onorare''. Lei che ha vissuto per anni la passione dei tifosi all'Olimpico, quanto ha inciso la protesta dei tifosi, che per molte partite hanno disertato lo stadio, sulle prestazioni della squadra di Sarri? ''Il calcio senza tifosi non esiste. Giocare in uno stadio vuoto non è gratificante per nessuno. La spinta dell’Olimpico è un valore aggiunto. Mi auguro che in futuro si possa ristabilire quel clima di unione, di coesione e di reciproco rispetto, affinché la Lazio possa raggiungere gli obiettivi che rispecchiano la sua storia''. Ci avviciniamo al derby Roma-Lazio con un'infinità di polemiche sul calendario. Alla fine è stato deciso per le 12. Da ex calciatore, c'è un orario in cui i giocatori preferiscono giocare? ''Giocare di sera è preferibile, soprattutto in queste giornate di maggio''. Lei è uno dei pochi ex calciatori che ha conseguito contemporaneamente anche la laurea. Ai suoi ragazzi, oltre agli aspetti puramente tecnici di campo, trasmette anche l'importanza di non abbandonare gli studi? ''La conoscenza è fondamentale ed è a tempo indeterminato. È l'unico elemento spodestabile ed inalienabile. Il calcio è un contratto di lavoro a tempo determinato e finisce all'età di 35 anni. Bisogna necessariamente avere il piano B e coltivare anche altri interessi''. Guardiamo al futuro. È reduce da due ottime stagioni in cui ha raggiunto due obiettivi tutt'altro che semplici. Si sente pronto per un "grande salto" ed eventualmente in quale categoria? ''Mi piacerebbe tanto continuare questo percorso da allenatore perché lo esercito con tantissima energia ed immensa passione. Per me allenare non è soltanto tramandare i principi di gioco dal punto di vista tecnico tattico. Ma è soprattutto condividere il percorso umano con i miei giocatori e con l'ambiente che mi circonda. Ovviamente raggiungendo i risultati che mi chiede la società. Il mio sogno è quello di rivivere da allenatore le stesse emozioni che ho vissuto in passato da calciatore. Ma so che ci vuole tempo, pazienza e tanta gavetta''.