Da noi uno dei primi fu Antonio Cassano, chi se lo scorda. Un innovatore. Erano ancora i tempi in cui una mano davanti alla bocca si metteva per galateo, per coprire uno sbadiglio, per silenziare un colpo di tosse. Nell’Ottocento accadeva alle donne perfino per una risata, quando non erano sicure della bellezza dei propri denti, o perché la risata era nemica dell’idea che una figura fosse madre e angelo del focolare (la storica francese Sabine Melchior-Bonnet ha pubblicato qualche anno fa un saggio sul tema, Le rire des femmes. Une histoire sur le pouvoir). Antonio Cassano lo faceva per chiacchierare in libertà alla fine di una partita, memorabili sono certe foto con Mario Balotelli durante gli Europei del 2012. Ma aveva lanciato la moda molto prima, se già nel 2005 Roberto Mancini si lamentava – o forse ne vantava – di “non mettere la mano davanti alla bocca come fanno altri”, e di essere dunque scoperto con la lettura del labiale. Fabio Capello era più raffinato. Alzava il bavero del cappotto. Didier Deschamps in Francia venne beccato mentre diceva a un allenatore di essere stufo e di voler mollare. Bei tempi, quando i lettori professionisti del labiale venivano consultati in tv per una rapida moviola – un ossimoro – alla ricerca delle verità. Ci sono finiti dentro Salvatore Carmando con Alemao, Materazzi e Zidane a Berlino, John Terry per un insulto razzista ad Anton Ferdinand. Sono i precedenti che hanno creato la paranoia. Quando il calcio si è riempito di microfoni direzionali, telecamere 4K e migliaia di smartphone che caricano tutto in rete in tempo reale, coprirsi la bocca è diventato un riflesso incondizionato per proteggere la privacy, anche per dire: passami l'acqua. Non si sa mai. Dai campi di calcio, il gesto è diventato istituzionale. Viene censito in ambito politico con Massimo D’Alema già negli anni d’oro, oggi è pratica comune se si incontrano Meloni e Macron, Trump e Mamdani. Il vero salto di qualità è un altro. Quello che era nato come un gesto protettivo, anzi di cortesia (“Metti la mano davanti alla bocca” –dicevano mamme e nonne) è diventato lo scudo dietro cui nascondere le offese. Ecco perché ai prossimi Mondiali stanno pensando di punirlo. La mano davanti alla bocca è stata a lungo il bunker portatile dell'uomo moderno, ma il suo uso offensivo ora crea un cortocircuito, come mostra il caso Vinicius. Tutti sanno che è successo qualcosa, ma il sistema è diventato impotente. È la vittoria della forma sulla sostanza: se non vedo le labbra muoversi, l'insulto non esiste. È un esercizio di potere spettrale. Vietare la mano davanti alla bocca è come dire che in campo un corpo appartiene a tutti. Se la mano non è più un velo ma la maschera di un sicario, scatta la dinamica classica della sicurezza: meno libertà per tutti per colpire i furbi. Così è già in agguato la prossima post-polemica: “Arbitro, stavo solo dicendo di passare al 4-4-2”.
