MILANO – Fra Inter e Como la storia si ripete. Cambiano molti degli interpreti, cambia lo stadio e anche il torneo, ma il copione è sempre quello. Il Como domina, abbaglia e ne segna un paio. Ma quando la partita si fa tesa e intensa, più boxe che scacchi, l’Inter la fa sua e la ribalta. È successo lo scorso 12 aprile a Como in campionato, è finita 4-3 e i nerazzurri hanno capito che lo scudetto era davvero cosa fatta. È successo di nuovo a San Siro nel ritorno della semifinale di Coppa Italia, è finita 3-2 e in finale va la squadra di Chivu, che con il tricolore in tasca punta al doblete, come il suo maestro Mourinho sedici anni fa.
La partita
L’ha vinta soprattutto lui, Cristian, che nel secondo tempo, in svantaggio, ha mischiato le carte schierando a destra il mancino Diouf e a sinistra il destro Sucic, autore del gol decisivo. Due li aveva segnati Calhanoglu: il primo con una botta da fuori, deviata da Ramon, e il secondo di testa, su assist di Barella. E poi l’ha spiegata così: «In Germania i gol di testa li facevo. Sono contento di avere cambiato la partita. Ci abbiamo creduto, col Como è sempre difficile, sanno giocare». Per il Como, i gol li avevano segnati Baturina e Da Cunha a cavallo dei due tempi, sfruttando errori di Dimarco e Zielinski, a coronamento di un piano gara rudimentale quanto efficace: lancioni per Alex Valle, confidando sugli svarioni difensivi di Luis Henrique, o direttamente per Douvikas, marcato con fatica da Acerbi. Segno che anche Fabregas sa imparare dai propri errori. Ma evidentemente non abbastanza. La rimonta Dopo averlo visto in versione filosofo, alchimista, esteta e polemico, a San Siro si è presentato Cesc il pratico. Rinunciando per una volta agli arzigogoli tattici, Fabregas ha fatto quel che forse doveva fare dall’inizio contro l’Inter: ha schierato la sua squadra a specchio, si è sgolato per chiedere corsa e palle lunghe, ha esultato per i contrasti vinti. E nello stadio che poteva essere il suo, se solo avesse detto sì a Marotta la scorsa estate, ha giocato un’ora capolavoro, di coraggio e sofferenza. Ma a furia di abbassare il baricentro, la sua squadra si è schiacciata al punto da non riuscire nemmeno più a ripartire in contropiede, oppressa dalla pressione del Meazza che canta e che palpita, sbuffa e ruggisce: una bestia spaventosa per chi è abituato a uno stadio affacciato sul lago, con undicimila persone che applaudono. Le coppe europee Ora al Como, in finale, conviene tifare Inter, come alla Roma. La vittoria della Coppa Italia garantisce alla vincitrice un posto in Europa League. Se a vincere sarà l’Inter, la sesta in classifica andrebbe in Europa League e la settima in Conference. Se invece a vincere fosse una tra Lazio e Atalanta, la sesta — al momento la Roma — giocherebbe i playoff di Conference. Sono molto più dolci i calcoli che possono fare giocatori e tifosi nerazzurri: se domenica batteranno il Torino, senza che Napoli e Milan vincano, saranno già campioni d’Italia. «Vogliamo chiudere il prima possibile. Vogliamo i due titoli e li vogliamo subito», dice Calhanoglu, l’uomo della doppietta. Inter-Como 3-2 (0-1) Inter (3-5-2) Martinez – Akanji, Acerbi (29’ st Bisseck), Augusto – Luis Henrique (44’ st Dumfries), Barella, Calhanoglu, Zielinski (15’ st Sucic), Dimarco (15’ st Diouf) – Thuram, Bonny (29’ st Esposito). All. Chivu. Como (3-4-2-1) Butez – Ramon, Diego Carlos (45’ st Morata), Kempf – Van der Brempt (35’ st Smolcic), Perrone, Da Cunha (25’ st Caqueret), Valle – Paz, Baturina (35’ st Rodriguez) –Douvikas (25’ st Diao). All. Fabregas. Arbitro: Sozza. Reti: 32’ pt Baturina, 3’ st Da Cunha, 24’ e 41’ st Calhanoglu, 44’ st Sucic Note: ammonito Perrone. Spettatori: 73.255.
