Vent’anni dopo, di fronte al plotone d’esecuzione dei rigoristi bosniaci, il commissario tecnico Rino Gattuso si sarebbe ricordato di quella lontanissima sera in cui lui e i suoi compagni avevano alzato la coppa del mondo. Vent’anni di solitudine italiana. Soli al mondo mentre gli altri giocavano a pallone tra di loro. Non è chiaro se gli azzurri si siano notati di più stando a casa o andando e facendo tappezzeria. Da Berlino a Zenica: l’abisso in cui, secondo previsione funesta degli avversari, il calcio italiano è caduto.
Una sconfitta che ferma la storia
Una vittoria avrebbe spinto avanti comunque, oltre le debolezze mostrate, la manifesta inferiorità rispetto alla Norvegia, l’assenza di grandi talenti e perfetta organizzazione, l’improvvisazione nelle scelte, compresa quella dell’allenatore, seppur incolpevole: ognuno con i suoi mezzi, magari arrivato a pezzi. Una sconfitta invece ferma la storia, induce a guardare soltanto indietro, alla ricerca dei responsabili, delle sliding doors, dei fatidici sbagli e magari anche degli alibi, come sarebbe quello di attribuire l’esito a errori arbitrali che possono aver condizionato un incontro, non un’epoca oppure al verdetto balzano dei rigori, che è tuttavia indiscusso quando consegna un titolo europeo. La vittoria sarebbe stata il prodotto di una partita e mezza, il secondo tempo di Bergamo e la lunga agonia di Zenica, centoventi minuti antichi e brutti, che se diversamente conclusi sarebbero piaciuti ai cinici, a Gattuso e a chi avesse appreso il risultato senza averli visti, senza sapere che erano scattate tutte le previste trappole della vigilia: dal calore del pubblico al colore del cartellino sventolato davanti a Bastoni diventato, non suo malgrado, la faccia peggiore dell’Italia. Le tre apocalissi Che la Nazionale potesse uscire è sembrata ogni volta, una, due, tre, una possibilità remota, perfino assurda. Si era re, si aveva fortuna, si passava comunque. Invece no. Con la Svezia, la Macedonia, la Bosnia. Se la qualificazione poteva essere determinata da una sola partita giusta, capace di cancellare tutti gli sgorbi e i risultati sbagliati sulla lavagna, l’eliminazione deriva da un tempo, da un quadriennio, che si dilata a otto, dodici anni di incredulità, mancate reazioni, fede cieca e colpevole in una provvidenza che ripristinasse un’inclusione a cui si è perso il diritto sul campo, contro la Spagna, la Svizzera, la Norvegia, prima che contro la Svezia, la Macedonia, la Bosnia. Un calando impressionante, con direttori d’orchestra imbizzarriti e suonatori suonati. Sarebbe stata meritata un’epica minore, su un campo di patate, al cospetto dei balconi? Si sarebbe presa e portata a casa, certo, si sarebbe di nuovo eretta una statua a Donnarumma, lodato il marmoreo Gatti, massaggiata la dolente schiena di Mancini. Era questa la chiamata? Questo il destino per cui si canta quell’inno dal testo arcaico? Orgoglio perduto La verità è che di questo destino, del dentro o fuori alla sfilata mondiale che sempre si allarga ma mai abbastanza per l’Italia a tutti quanti, giocatori, media, pubblico, importa soltanto in extremis, quando si annuncia che potrebbe andar male, potrebbe nevicare e infatti viene giù la neve e tutto il resto. Prima e subito dopo si parla di mercato, plusvalenze, recompra. L’orgoglio perduto non è in rivendita. Ci si affida a talismani scaduti: i curriculum vincenti di quelli che stanno in panchina e non in campo, le cene motivazionali che non le fanno più nemmeno le aziende medio-padane, la stella che vai a capire perché non si accende. Si portano nelle tasche i santini gloriosi dei giovani capaci di vincere sui circuiti, o negli Slam, dei Kimi, Jannik e Bez che si sono costruiti una mentalità individuale, un carattere che basta a loro stessi. E ci si domanda: perché questi no? Ci si dimentica di squadre come quelle della pallavolo plasmate da allenatori con un mandato pieno e una personalità unica. Si pretende una sera dei miracoli da chi non ne ha fatti mai, giorno dopo giorno. Si distrugge un giovanotto di troppe speranze come il Pio Esposito mandandolo a sfidare il primo leone nel colosseo. Non si è capaci di costruire un’epica collettiva, come ci si aspetta che venga improvvisata a tele-comando? La Nazionale sbaglia per tutti Una squadra vincente è uno sforzo comune che se non può fondarsi sulla qualità lo fa sul tempo, l’attenzione continua. È l’esito di un discorso, non un’esclamazione. Si sbaglia a mettere a fuoco il nocciolo della questione. Il problema non sono i bambini, la generazione che non ha mai visto maglie azzurre ai Mondiali (o le ha viste e ha chiuso gli occhi). Quella manco sa che cosa si è persa. Il problema è chi ha visto il declino, chi c’era quando qualificarsi era scontato e accadeva, quando si arrivava in fondo o ci si fermava prima ma mostrando meraviglie. È chi può fare il confronto e sentirselo addosso, perché un tennista o un pilota sbaglia per sé, la Nazionale di calcio sbaglia un po’ per tutti. Non rispecchia il fallimento di un progetto, ma la sua assenza. È la dispersione di un capitale, lo spread delle nostre vite che sanno di aver contato e avuto di più e non possono rassegnarsi a questo nulla. Era soltanto una partita, ma non è mai soltanto una sconfitta.
