Bastoni, ancora lui, un mese e mezzo dopo la sua plateale simulazione contro la Juventus, che era costata l’espulsione a Kalulu e aveva spianato la strada verso la vittoria dell’Inter, con l’uomo in più. Questa volta gli azzurri hanno almeno lottato, pagando dazio però alla lunga inferiorità numerica per l’espulsione dopo 41’ del primo tempo del difensore dell’Inter. Da lì è cominciata la lunga agonia della squadra di Rino Gattuso, in grado solo di resistere fino ai calci di rigore.
Tifo corretto ma infernale
La nemesi di Zenica non ha colpito però solo il centrale nerazzurro e ha trascinato nel baratro tutta la Nazionale, rimasta in dieci e incapace di uscire indenne dalla trappola del Bilino Polje nonostante il vantaggio iniziale di Moise Kean. Il tifo per la Bosnia è stato corretto, ma infernale. Quanto basta per rendere complicatissima la gestione della gara pure per un arbitro esperto come il francese Turpin, le cui decisioni hanno reso la strada dell’Italia ancora più in salita, come ha lasciaro intendere il presidente federale Gabriele Gravina. «Fa male soprattutto per come è maturato il risultato. I ragazzi sono stati a tratti eroici, la crescita in questi mesi c’è stata, Gattuso è un grande allenatore, ho chiesto a lui e a Buffon di restare. Per quanto riguarda la parte politica ci saranno valutazioni nel consiglio federale, già convocato tra una settimana».
Il sogno Mondiale della Bosnia
L’Italia lascia tra le lacrime Zenica, terra promessa della Bosnia Erzegovina e cuore pulsante dell’intera nazione nella lunga giornata del sogno Mondiale. Potenza del calcio, capace di trasformare la tranquilla cittadina mineraria del cantone di Doboj in una gigantesca arena a cielo aperto, che ha accolto ieri la festosa invasione di un numero non quantificabile di persone: 25 mila almeno, secondo le stime approssimate forse per difetto delle forze dell’ordine locali.
In pellegrinaggio verso lo stadio
I residenti sono 115 mila e per questo è stato inevitabile il caos: traffico paralizzato e tutti in pellegrinaggio all’esterno del Bilino Polje, già piccolo di suo e nella circostanza con una capienza ridotta a soli 9500 spettatori: per motivi disciplinari. Pesante la mano della Fifa, che aveva punito la federazione di Sarajevo per i gravi incidenti contro la Romania dello scorso 25 novembre, dentro e fuori lo stadio. Ma in campo la Nazionale di Sergej Barbarez, il ct professionista del poker, si era trovata a suo agio nella bolgia e aveva vinto senza problemi per 3-1: cavalcando l’onda anomala di tifo amico e approfittando delle difficoltà degli avversari, al motto del fine che giustifica i mezzi.
Non è un caso che la Bosnia abbia scelto da vent’anni come suo quartier generale Zelica, che dista appena 70 chilometri da Sarajevo ed è raggiungibile in maniera agevole da ogni angolo della piccola nazione balcanica, il cui orgoglio patriottico è legato a doppio filo con le cicatrici della guerra di quasi trent’anni fa, ben visibili e non ancora del tutto rimarginate.
Una festa giallo e blu
Ma ieri c’era voglia in primis di esserci, in un clima festoso. Colorate di giallo e blu le due corsie della nuova autostrada che collega la capitale al quartiere del Bilino Polje, presi d’assalto anche treni e autobus. Alla carica dei tifosi senza biglietto si è aggiunta una delle band musicali più apprezzate del paese: i Dubioza Kolektiv, la cui canzone più famosa si intitola “I am from Bosnia, take me to America”. Ovvio che sia diventata all’istante la colonna sonora dello show, davanti ai tre maxi schermi allestiti nei parcheggi del Palasport e dei centri commerciali. Per l’Italia, il rumore del dolore.
