Milano – Giampaolo Pazzini ha segnato il primo gol in azzurro all’esordio, contro il Montenegro, nelle qualificazioni per il Mondiale in Sudafrica. «Uno dei più bei momenti della mia vita. Un sogno realizzato». E fu sua la rete alla Slovenia che spedì la Nazionale all’Europeo 2012. «Non è facile dire chi fra gli attaccanti convocati da Gattuso potrà fare la differenza in questi play-off. Hanno qualità diverse. La carta in più potrebbe essere Pio Esposito, che ha fame, determinazione e spensieratezza, preziosa nei momenti delicati. E non ha brutti ricordi legati alle mancate qualificazioni passate», dice l’ex attaccante, oggi commentatore a Mediaset. Come spiega la difficoltà a trovare attaccanti italiani forti? «Dal 2008 abbiamo provato a scopiazzare la Spagna. Per un decennio ci siamo snaturati, cercando punte leggere e tecniche. Ora stiamo tornando alla tradizione: centravanti forti, fisici, potenti. Era ora». All’inizio lei si spendeva molto per la squadra. Fu Mazzarri, alla Sampdoria, a trasformarla in rapace da area di rigore. «Gliene sono grato. In Nazionale è quello che serve. Concretezza. Voglia matta di buttarla dentro. Le qualificazioni, in particolare, passano spesso dalla capacità di sfruttare un episodio. L’Irlanda del Nord è un’avversaria seria. Lo stesso vale per Bosnia e Galles». Fra gli attaccanti convocati da Gattuso, in chi si riconosce? «Retegui e per certi versi Esposito, capaci di fare gol sporchi e attaccare il primo palo». Retegui, Mancini è andato a prenderlo in Argentina. Abbiamo troppo pochi italiani in serie A? «Non avrebbe senso imporre quote minime. Bisogna investire in strutture e settori giovanili, cambiando mentalità. Si parta da lì: meno ansia e ossessione per il risultato, più tecnica e fantasia». Per Antonio Cassano, suo compagno in blucerchiato, ci sarebbe spazio oggi in Italia? «Ne avremmo bisogno come dell’aria. Mancano giocatori così: imprevedibilità ed estro, in simbiosi con la punta. E quindi, al servizio della squadra». Due sue ex squadre, Inter e Milan, si giocano il campionato col Napoli. Se lo aspettava? «La classifica esprime i valori. Il Napoli è campione d’Italia. Il Milan è stato avvantaggiato dal non avere le coppe, e ha Allegri: vincente, pragmatico, regge la pressione. L’Inter è forte. E Chivu ha stupito tutti, in positivo». Da avversario e da compagno, se lo immaginava allenatore? «Il carisma non gli manca, ma non lo avrei detto. A giocarci contro era tosto, cattivo, tecnico, intelligente. Avendolo in squadra, ne ho apprezzato anche la generosità e la leadership». Lei ha mai pensato di allenare? «La tentazione c’è, ma è diventato un mestiere complicato: richiede studio, ci sono enormi pressioni. Bisogna parlare prima e dopo le partite. È troppo. Se gli allenatori parlassero meno spesso, vorrebbero raccontarsi di più». Quando giocava, lei nelle interviste rispondeva in calciatorese: «Sono a disposizione del mister», «Diamo il 110 per cento». Oggi è diretto e aperto. Cosa è cambiato? «Mi sono reso conto che per dire cose banali tanto vale stare zitti. Tornando indietro, avrei detto anche da calciatore quello che pensavo. Mi sarei fatto conoscere meglio, anche dai tifosi. Temevo la polemica». Un’altra tappa fondamentale della sua carriera è stata la Fiorentina. Lì è diventato “il Pazzo” e ha esordito in Champions League. Come spiega una stagione così difficile? «Partire con aspettative alte crea ansia. Sono bastati i primi risultati negativi a fare crollare tutto. È difficile cominciare con obiettivi ambiziosi e doversi ridimensionare in corsa, rischiando di fallire. Ne sa qualcosa anche la Nazionale, in anni recenti. Ma ormai la lezione è imparata. Oggi abbiamo tutto quel che serve per farci valere».
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Giampaolo Pazzini: “Punto su Pio Esposito, ha fame e leggerezza per portarci negli Usa”
Franco Vanni·

L’ex attaccante, oggi commentatore a Mediaset: “Ci eravamo snaturati, con Esposito e Retegui siamo tornati al centravanti potente. Era ora”
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