Quarant'anni dopo l'ultima volta, i tifosi del Catanzaro sognano di nuovo la Serie A. Da Massimo Palanca a Pietro Iemmello. Da Carlo Mazzone a Alberto Aquilani. Ma soprattutto da Nicola Ceravolo a Floriano Noto, un presidente che ha trasformato, in meno di dieci anni, una complicata realtà di Serie C in un club sostenibile e in continua evoluzione. Ma quella del numero uno giallorosso non è soltanto una storia di risultati. È soprattutto il racconto di un modello diverso: sostenibile, identitario, competitivo e, per certi versi, visionario. Quello giallorosso è, infatti, diventato un progetto vincente senza spese folli, puntando su giovani, scouting, bel gioco e appartenenza territoriale. Tutti elementi che, oggi, fanno della società calabrese uno degli esempi più illuminanti per l'intero panorama calcistico italiano: "Il calcio è uno spettacolo e se smette di emozionare, inevitabilmente perde pubblico e interesse".
Presidente Noto, il Catanzaro arriva alla finale play off dopo aver eliminato il Palermo, una delle grandi favorite per la promozione. "È stata un'ulteriore iniezione di fiducia, anche se mi piace sottolineare che non è nata solo da quella doppia sfida. Durante tutta la stagione abbiamo dimostrato di poter competere alla pari con le squadre più attrezzate del campionato. Il Palermo è una realtà costruita per vincere, con valori tecnici e strutturali importanti, e superarlo – con pieno merito – rafforza la consapevolezza di questo gruppo. Ma più ancora del risultato, ciò che mi rende orgoglioso è la continuità di atteggiamento: questa squadra non si è mai sentita inferiore a nessuno". Contro il Palermo avete mostrato due facce della stessa squadra: dominante al Ceravolo e capace di soffrire al Barbera. "La gara d'andata è stata quasi perfetta per intensità, qualità e interpretazione. Al ritorno sapevamo che sarebbe stata una gara completamente diversa, molto più sporca e sofferta. Il dato che mi ha colpito maggiormente è la reazione dopo lo svantaggio iniziale: la squadra non si è mai disunita, ha continuato a giocare, a proporre la propria idea di calcio e ha anche avuto occasioni importanti per chiuderla prima. Questo, al di là dell’aspetto tecnico, è un segnale evidente di maturità, ancora più significativo se pensiamo che in campo c'erano diversi ragazzi giovani". Una festa rovinata da quello che è successo in tribuna e a fine partita. "Preferirei non tornare su quei fatti. Ci sono le autorità competenti che stanno facendo il proprio lavoro e ci affidiamo completamente al loro operato. Quello che posso dire è che dispiace vedere episodi del genere finire per oscurare il valore sportivo di partite così importanti e vissute con grande passione da migliaia di tifosi. Come società abbiamo sempre condannato, e continueremo a farlo con fermezza, ogni forma di violenza o comportamento che nulla ha a che vedere con i valori dello sport, indipendentemente da dove provenga. Il calcio deve restare un momento di aggregazione, uno spettacolo sano, mai un'occasione di tensione o scontro".
Ora c'è il Monza, un'altra squadra costruita per tornare subito in Serie A. "Se ci limitassimo a guardare i numeri, i curricula o il monte ingaggi, il confronto sarebbe impari. Il Monza è una squadra di altissimo livello, costruita con investimenti importanti e con calciatori abituati a categorie superiori. È arrivata a un passo dalla promozione diretta, a conferma del suo valore. Detto questo, noi abbiamo costruito un'identità diversa: fatta di organizzazione, spirito di gruppo e appartenenza. I nostri ragazzi hanno dimostrato più volte di poter affrontare chiunque senza timori. Servirà una doppia sfida di grande sacrificio, ma anche la consapevolezza che nulla è già scritto". Tre play off consecutivi in Serie B: il Catanzaro non può più essere considerato solo una favola. "Lo considero il frutto di un percorso costruito nel tempo, non di un episodio isolato. La nostra idea è sempre stata quella di dare stabilità al club, cercando un equilibrio tra sostenibilità economica e competitività sportiva. Abbiamo puntato su un modello che valorizza i giovani, integra giocatori più esperti e soprattutto crea un ambiente in cui tutti si sentano parte di un progetto. Nel calcio non esistono risultati scontati: ogni anno bisogna ripartire, e farlo mantenendo una certa continuità è forse il nostro risultato più importante".
Probabilmente nemmeno lei sognava di arrivare a questo punto in meno di 10 anni. O sì?
"Sognare non costa nulla, quindi sì: lo sognavo e lo speravo. Ma quando sei dentro un percorso così lungo, fatto di sacrifici e passaggi graduali, non sempre riesci a immaginare con precisione dove potrai arrivare. La cosa più importante è aver mantenuto coerenza nelle scelte. Il resto è la conseguenza di un lavoro quotidiano condiviso con tante persone che hanno creduto nel progetto". In questi anni il Catanzaro ha sempre cercato di abbinare risultati e qualità del gioco. Vivarini amava lo spettacolo, mentre Caserta ha dotato la squadra di maggiore solidità prima che Aquilani riuscisse a trovare il giusto equilibrio. Quanto è importante divertire i propri tifosi? "È importante non solo per me, ma per il calcio in generale. Il calcio è uno spettacolo e se smette di emozionare, inevitabilmente perde pubblico e interesse. Credo che oggi lo si veda chiaramente: i campionati più seguiti sono quelli in cui c'è meno paura e più coraggio. Noi proviamo, nei limiti delle nostre possibilità, a proporre un calcio riconoscibile, che possa dare qualcosa anche a chi viene allo stadio oltre al risultato". Aquilani è a Catanzaro da meno di un anno, ma sembra essere cresciuto a morzello e peperoncino. Grazie a lui lo spogliatoio è diventato una famiglia. "Conoscevo già le sue qualità, ma mi ha confermato la sua capacità di lavorare molto bene con i giovani, di farli crescere senza bruciarli, dando loro fiducia ma anche responsabilità. E poi c'è un aspetto che considero fondamentale: l'intensità del lavoro quotidiano, sua e del suo staff. È una mentalità che si trasmette allo spogliatoio".
Aquilani come Mazzone e Ranieri: un altro romanista può scrivere la storia del Catanzaro. "È una suggestione che fa sorridere, ma che in parte racconta una realtà. Evidentemente certi valori, certe sensibilità calcistiche, trovano qui un terreno fertile. Al di là delle battute, Aquilani ha già lasciato un segno importante: qualunque sarà il finale, il suo lavoro resta significativo per la crescita di questa squadra. Racconto una cosa che sanno davvero in pochi: due anni fa, quando ci ritrovammo improvvisamente senza allenatore e direttore sportivo, dovetti in qualche modo supplire al ruolo di ds per evitare che la società si facesse trovare impreparata all'inizio della stagione. In quel periodo chiamai personalmente Aquilani, perché era un profilo che mi piaceva, sia per le idee calcistiche sia per la personalità. Parlammo a lungo, fu un confronto molto interessante, ma lui scelse di fermarsi per un anno. Dentro di me, però, era rimasta la convinzione che fosse l'allenatore giusto per il Catanzaro. Per questo, appena si sono create le condizioni, ho voluto fortemente portarlo sulla nostra panchina. I fatti, credo, stiano dimostrando che quella intuizione era corretta". Sir Claudio è libero e a Catanzaro continua a essere di casa. Ci ha pensato? Magari ha bisogno di un senior advisor per la Serie A… "Con Sir Claudio ci sentiamo spesso. So quanto sia legato alla nostra città. Chissà, magari un giorno… Con lui ho un rapporto di stima e confronto che va avanti da tempo. È una figura che conosce bene l'ambiente e a cui siamo legati. In questo momento ognuno ha il proprio percorso, ma nel calcio mai dire mai. Intanto siamo orgogliosi che il Catanzaro sia una realtà che viene percepita come credibile anche da profili di quel livello". In un calcio dove le risorse economiche fanno spesso la differenza, per una società come il Catanzaro scouting e programmazione sono fondamentali. "Contano in modo decisivo. Per noi lo scouting è lo strumento che ci permette di restare competitivi senza uscire dai nostri parametri economici: individuare giocatori prima che diventino fuori mercato è fondamentale. La programmazione, invece, è ciò che dà senso a tutto il progetto: continuità tecnica, sostenibilità e capacità di non vivere alla giornata. È un lavoro meno visibile, ma è quello che regge tutto il sistema". I vari Liberali, Favasuli e compagnia sono cresciuti tantissimo all'ombra dell'icona di questa squadra, capitan Pietro Iemmello. "La sintesi tra freschezza ed esperienza è il segreto del nostro successo, senza dubbio. Iemmello è il vero capitano: trasmette a tutti il senso di appartenenza ed è sempre prodigo di consigli. Ma vorrei anche spendere due parole su un altro senatore della nostra squadra, certo che gli altri non si offenderanno: Nicolò Brighenti. Un atleta eccezionale, un professionista come pochi che alla sua età riesce a mettere in campo un'energia stupefacente. Ecco, se dovessi indicare un modello da seguire ai calciatori più giovani, non avrei dubbi". Iemmello è di Catanzaro e del Catanzaro. Proprio come lei. "Per una squadra come il Catanzaro, l'identità non è un elemento accessorio, ma una parte sostanziale del progetto sportivo e umano. Avere in rosa giocatori che sentono profondamente questi colori, come Iemmello, significa poter contare su qualcosa che va oltre la tattica o la condizione fisica. L'identità diventa un valore competitivo: aiuta a creare appartenenza, a rafforzare lo spogliatoio nei momenti difficili e a costruire un legame autentico con la tifoseria. Per noi è una base su cui costruire, non un dettaglio". In un calcio sempre più dominato da fondi stranieri e grandi proprietà internazionali, il Catanzaro rappresenta un modello di successo profondamente legato al territorio. "Noi abbiamo deciso di restare legati alla nostra identità. Lo facciamo anche con le nostre strategie di marketing. Le nostre maglie, ad esempio, hanno sempre qualcosa che rimanda alla tradizione artistico-culturale di Catanzaro. Questo non è un limite, ma un valore aggiunto. Sentirsi parte della storia e di una comunità dà una forza diversa, soprattutto nei momenti difficili". Un modello competitivo che ha tra i suoi asset più importanti una tifoseria che non ha mai abbandonato la società e che spesso riesce a farvi sentire a casa anche in trasferta. "La nostra tifoseria è straordinaria. Non è solo numerosa, ma profondamente legata ai colori. Una delle cose che più mi emoziona è vedere sempre più famiglie e bambini allo stadio: significa che si è ricreato un legame generazionale che per anni si era affievolito. E poi c'è una presenza diffusa in tutta Italia, non solo tra i calabresi emigrati, ma tra chi ha scelto di amare questi colori. È una ricchezza che ci responsabilizza molto". Il Ceravolo rimane il cuore pulsante del Catanzaro e meriterebbe la Serie A, ma come molti altri impianti italiani è agonizzante: ce la può ancora fare o è arrivato il momento di pensare a un nuovo impianto più funzionale e moderno, magari altrove? "Il Ceravolo è parte della nostra storia e resterà sempre un simbolo. Però è evidente che oggi il calcio richiede strutture più moderne, funzionali e sostenibili. Ho sempre auspicato la possibilità di un impianto nuovo, ma in assenza di questa opzione il restyling rappresenta comunque un passo importante nella giusta direzione. L'obiettivo deve essere quello di mettere la squadra e i tifosi nelle migliori condizioni possibili". Sono passati oltre 40 anni dall'ultima volta in Serie A del Catanzaro: è pronto? "Al solo pensiero vengono i brividi. Probabilmente non si è mai davvero pronti per un momento del genere, perché va oltre la dimensione personale. Se dovesse accadere, sarebbe il risultato di un percorso collettivo che appartiene a tutta la città, alla società, ai tifosi e a chi ha lavorato in questi anni".
