Tiamo Motta è il più fantasioso dei soprannomi che i tifosi laziali hanno dato all’eroe della loro incredulità, ma lui resta Edoardo, anzi Edo, quel ragazzo statuario che ha parato quattro rigori all’Atalanta, spedito la Lazio in finale di coppa Italia e sé stesso verso chissà dove, di sicuro molto lontano da ogni possibile dimenticatoio.

Dove è cresciuto Motta

Edoardo Motta ha 21 anni, viene da Cossato, provincia di Biella (anzi da Spolina, frazione di Cossato), ha cominciato nella scuola di calcio di Tiziano Spartera, che è affiliata al Novara (ma il Novara non lo ritenne degno) ed è cresciuto nella Juve, che lo prese a 13 anni e lo lasciò andar via a 16 (all’Alessandria, il primo prestito) perché non gli ha mai veramente accreditato un futuro da grande. Un abbaglio? No, cose che capitano. «Da piccolo mi piaceva fare il portiere e buttarmi sulla ghiaia. Mio padre mi dava del matto, ma io dolore non lo sentivo», racconta Edo. «Voglio diventare come Cech», il suo idolo.

Galliani e la plusvalenza da 5000 euro

Racconta Adriano Galliani, che diciassettenne lo prese al Monza: «Ci serviva un portiere per la Primavera, alla fine dell’anno lo riscattammo per 10mila euro, ma la Juve esercitò il diritto di controriscatto per 15mila: su di lui abbiamo fatto una plusvalenza di ben 5000 euro! Aveva qualità, ma non voglio fare il fenomeno e dire che avevo capito che sarebbe diventato un campione. Con il senno di poi avrei dovuto negoziare con la Juve un accordo».

La Reggiana lo ha formato

Lo fece la Reggiana, invece: dopo la prima stagione in prestito, passata tra allenarsi in prima squadra e giocare in Primavera, lo promosse in pianta stabile terzo portiere e lo acquistò a titolo definitivo e a costo zero, perché la Juve si accontentò di tenersi il 50% sulla futura rivendita. Significa che a gennaio ha incassato 600 mila euro, la metà di quello che l’ha pagato la Lazio. Racconta Giuseppe Fico, vice-presidente del club emiliano: «L’abbiamo visto crescere. Quando è arrivato si vedeva che aveva potenzialità e allenandosi regolarmente con la prima squadra, con un preparatore bravo come Bizzarri e un titolare esperto come Bardi, è maturato al punto che in estate abbiamo deciso di promuoverlo titolare. Contavamo di tenerlo fino a giugno, probabilmente avremmo incassato di più, ma l’offerta della Lazio era buona: complimenti a Fabiani che ci ha visto lungo. Prima di venderlo ne abbiamo parlato con la Juve, glielo lo avremmo ridato con lo sconto, ma non erano interessati». I bianconeri, nel ruolo, puntano sul 22enne Daffara, oggi in prestito all’Avellino: hanno fatto una scelta.

Una famiglia che tifa Juve

Edo tifa Juve da sempre, ma non ne ha fatto una malattia per quel rifiuto: «Anzi, lui è soltanto grato verso i bianconeri», rivela papà Giacomo, che di mestiere fa l’autoriparatore. «La Juve lo ha fatto crescere, lo ha fatto studiare, l’ha portato in giro per il mondo per tornei bellissimi. Non ci sono rimpianti né delusione, anche se a casa nostra sono bianconeri anche cane e gatto». L’altra sera i Motta erano a Bergamo in formazione compatta, mancava soltanto il fratellino Riccardo, che invece è campione di automobilismo simulato: papà Giacomo, mamma Sabrina, i nonni paterni Giovanni Antonio e Gabriella, gli zii Monica e Giovanni, chissà quanto emozionati. «Io no, mia moglie invece un po’ sì», dice il babbo. «Sono come Edo, impassibile. L’ho visto dopo la partita, era tranquillo come al solito».

Quanto vale ora Motta

Difatti molti si sono stupiti delle lacrime che gli sono scappate alla fine, perché finora l’emozione mai era riuscita a rompere gli argini. «Freddo, freddissimo, non fa mai una piega», lo descrive infatti Fico. «Però l’altra sera la lacrimuccia è scesa anche a me», e non soltanto perché la Reggiana incasserà il 5% quando la Lazio venderà Motta, la cui valutazione è già schizzata verso i 10 milioni. Lui a Reggio è stato due anni al minimo di stipendio, in estate ha firmato il primo contratto “vero” da 40 mila euro e alla Lazio ne prende 80, ma da oggi la sua vita cambierà anche da questo punto di vista. Chissà l’orgoglio paterno: «Veramente da papà ero triste perché Roma è lontana. Ma Edo sa cavarsela». S’è visto.