Barcellona – Vent'anni dopo, all'ombra del Santiago Bernabeu, la storia si sta ripetendo. Florentino Pérez sta, infatti, rivedendo lo stesso film che nel 2006 lo costrinse a lasciare il Real Madrid. Anche allora aveva consegnato il club ai suoi amati Galácticos, convinto che il talento bastasse a governarsi da solo. Ed è esattamente quello che è successo quando Carlo Ancelotti è andato via. Lo sa bene Xabi Alonso, un allenatore che era stato investito dallo stesso Don Florentino dell'incarico di costruire il Real del futuro e che, invece, non è mai stato difeso dalla società quando ha provato a imporre regole minime di convivenza a uno spogliatoio ricchissimo, pieno di stelle ma che, suo malgrado, aveva deciso di diventare una terra senza legge. E così, alla vigilia del Clásico che può consegnare la Liga al Barcellona, la Casa Blanca si ritrova a gestire non una crisi tecnica e nemmeno la delusione di una stagione senza titoli, ma una vera e propria emergenza provocata dall'assenza - in mancanza di autorevolezza - di autorità. Cosa c’è dietro la lite In un contesto da Far West, il caso esploso tra Federico Valverde e Aurélien Tchouaméni è soltanto l'ultimo detonatore. Mercoledì, a Valdebebas, i due erano già arrivati allo scontro: faccia a faccia durissimo, spintoni, accuse reciproche. Il motivo? L'uruguaiano era convinto che il compagno francese avesse raccontato ai media dettagli interni dello spogliatoio. Una violazione della prima regola non scritta del gruppo: ciò che accade dentro resta dentro. L'aspetto più grave, però, è che Álvaro Arbeloa ha assistito alla scena senza intervenire davvero, lasciando che la tensione restasse sospesa nell'aria. E così, ventiquattro ore dopo il copione si è ripresentato. Valverde ha rifiutato la mano tesa di Tchouaméni che avrebbe voluto lasciarsi tutto alle spalle. Rifiuto al quale sono seguiti, sul campo di allenamento, tackle pesanti, provocazioni sempre più dure e nuove accuse. Fino all'inevitabile epilogo negli spogliatoi con un pugno del francese e il charrua che cade battendo la testa contro un tavolo e perdendo i sensi. A guidare la corsa in ospedale è lo stesso Arbeloa, ma il danno non è più sanabile: ferita al sopracciglio da suturare e trauma cranico che, da protocollo, lo terrà fuori per due settimane. I due non sono stati comunque sospesi dopo le “sincere scuse al club” per quanto accaduto. Pesantissima però la multa: 500mila ciascuno. Per quanto grave, gravissimo, quello che è successo ieri al centro sportivo merengue non è un fulmine a ciel sereno, ma una naturale conseguenza di mesi di permissivismo e autogestione fallita. Uno status quo evidente sin dallo scorso ottobre, quando nessuno si prese la briga di mettersi dalla parte di Xabi Alonso dopo che Vinícius, durante il primo Clásico stagionale, si sentì libero, quasi in dovere, di mostrare pubblicamente tutta la rabbia contro la sostituzione decisa dal tecnico basco: "Non c'è mai stato feeling tra noi due", ha ammesso senza problemi il campione brasiliano dopo il suo esonero. Nessun filtro, nessun timore reverenziale. E dall'autunno alla primavera nulla è cambiato. Prova ne sia che Kylian Mbappé, fermo per infortunio mentre il club si gioca la faccia per evitare quello che avrebbe potuto essere un umiliante pasillo al Barça, si concede una vacanza in Sardegna senza neppure prendere le minime misure di discrezione: foto, video, esposizione totale. Come se fosse normale. Come se nulla contasse davvero.

In mezzo, il ceffone rifilato da Antonio Rudiger ad Álvaro Carreras dopo un'altra lite: una sorta di undercard servito a preparare la platea al match principale, quello tra Valverde e Tchouaméni. Il tutto mentre a bordo ring l'atmosfera diventava sempre più rarefatta per i rapporti ormai gelidi tra Arbeloa e alcuni uomini simbolo dello spogliatoio tra cui capitan Carvajal con il quale lo legava un passato, quando entrambi erano calciatori del Real, non proprio da migliori amici. Situazione esplosiva Segnali continui di una struttura interna sfaldata che era stata tenuta faticosamente in piedi da Ancelotti, l'ultimo capace di gestire ego enormi, gerarchie incancrenite e silenzi rumorosissimi.Ed è per questo motivo che c'è poco di cui sorprendersi che la Casa Blanca abbia deciso di intervenire soltanto una volta superato il punto di non ritorno, annunciando l'apertura di un fascicolo disciplinare nei confronti di Valverde e Tchouaméni che potrebbe portare anche al licenziamento di uni dei due o di entrambi. Ma è solo un tentativo disperato di gettare fumo negli occhi a un'opinione pubblica che ha già visto il penoso spettacolo offerto dai propri tesserati. La realtà, infatti, è che il club si è mosso quando il fuoco aveva già divorato tutto e i pompieri erano, inutilmente, già arrivati. Tardi, tardissimo. La versione dell’uruguaiano Altrettanto surreale la versione di Valverde che, esattamente come la sua società, ha provato a spegnere l'incendio quando intorno non rimaneva che cenere: "Durante la discussione ho colpito accidentalmente un tavolo, procurandomi un piccolo taglio sulla fronte che ha richiesto una visita di controllo in ospedale. In nessun momento il mio compagno mi ha colpito e nemmeno io l'ho fatto, anche se capisco che per voi sia più facile credere che ci siamo picchiati o che sia stato intenzionale, ma non è successo". Un comunicato inutile perché l'evidenza non può essere negata, men che meno dalle strategie comunicative a scoppio ritardato di tutti gli uomini del presidente galáctico. Il problema più grave del Real Madrid, in realtà, non è né la rissa né il fatto di chiudere la stagione senza titoli, ma l'idea consolidata che dentro quello spogliatoio tutto sia permesso. E quando un club perde il controllo dei suoi campioni, perde il controllo di sé stesso. Florentino lo sa bene. Lo ha già vissuto una volta.