Il fallimento della terza mancata qualificazione di fila al Mondiale può rappresentare per l’Italia l’occasione giusta per rivedere il proprio sistema. Prendendo ad esempio cosa hanno fatto le altre grandi nazioni per ripartire.

Il piano dell’Inghilterra

Cominciamo dall’Inghilterra che, dopo aver sprecato la generazione dei Gerrard, Lampard e Rooney, ha deciso di rivedere tutto e ha voltato pagina. Ha continuato a non vincere ma la sua nazionale è tornata almeno a essere competitiva dopo 20 anni di delusioni. Ha centrato una semifinale ai Mondiali nel 2018 e due finali europee di fila: nel 2021, persa ai rigori con l'Italia, e nel 2024 (battuta 2-1 dalla Spagna). La rinascita è avvenuta grazie all''Elite Player Performance Plan', introdotto dalla Federazione nel 2012. Un piano che ha ridisegnato il sistema giovanile introducendo standard obbligatori per infrastrutture, staff e metodologia.

Esiste un monitoraggio centralizzato dei carichi di lavoro e lo scouting nazionale unificato. Nelle accademie i giovani possono testare sin da subito ciò che li tocca in prima squadra, quando arriveranno già formati. Sono previsti premi economici per i club che fanno esordire i giovani inglesi e la Premier League dà un suo grosso contributo con finanziamenti per sostenere lo sviluppo di queste accademie: dal 2012 a oggi è stato investito più di 1 miliardo e mezzo, aumentando di conseguenza anche il numero di allenatori. E, a tal proposito, la Federazione ha fissato nel St George's Park National Football Centre (l’equivalente della nostra Coverciano) la sede per formare i tecnici, i quali possono tranquillamente focalizzarsi nel produrre giocatori pronti senza pensare ad altro, in quanto lo stipendio percepito lo permette. Tra Federazione e Premier League, infine c’è un accordo per condividere la pianificazione degli impegni in Nazionale.

Come funziona il modello Spagna

La Spagna, dopo la generazione d'oro di Xavi-Iniesta-Busquets, che ha portato due Europei ed un Mondiale, è entrata in crisi: fuori ai gironi ai Mondiali del 2014, fuori agli ottavi ad Euro 2016 e ai Mondiali 2018 e 2022. E’ rinata negli ultimi anni vincendo la Nations League 2023 e l'Europeo 2024. Pedri, Gavi, Yamal e Rodri sono il risultato di una politica attenta ai giovani. In primo luogo la Federcalcio spagnola ha regolamentato i vivai: i club devono avere strutture giovanili certificate con rigidi standard per allenatori, campi e metodologia. Sono previsti anche incentivi economici per chi porta giocatori dalla 'cantera' in prima squadra. La federazione ha imposto un modello tecnico condiviso su tecnica, metodologia di allenamento e sviluppo dei giocatori sulla base degli esempi vincenti di Barcellona e Athletic Bilbao. Sono state imposte regole più rigide sui trasferimenti giovanili e limitazioni sull'ingaggio di minorenni stranieri. La Liga è diventata il campionato che produce più giocatori per la propria nazionale e che dà più spazio ai giovani: 19,6%.

Germania, 12 tedeschi in rosa in ogni club

Il modello è simile in Germania, anche se lanciato già nei primi anni 2000, che ha poi portato ai successi degli anni immediatamente successivi. La Federcalcio ha imposto l'obbligo di academy professionali: tutti i club di Bundesliga e della seconda serie devono avere un centro di eccellenza con psicologi, analisti, preparatori che preveda anche l'istruzione scolastica. Sono state introdotte regole sul minutaggio con incentivi economici ai club che schierano U21 tedeschi. Inoltre, al contrario di quanto avviene negli altri Paesi europei, le squadre devono avere almeno 12 giocatori tedeschi in rosa. Come in Inghilterra, infine, Federazione e Bundesliga condividono dati, metodologie e carichi di lavoro per arrivare ad avere una programmazione comune che evita conflitti.

Francia, obbligo a investire sui vivai

La Francia, dopo i disastri degli anni ’90 con le mancate qualificazioni a Italia ’90 e Usa ’94, ha attuato un modello centralizzato per poter portare i propri giovani a essere tatticamente formati e fatti crescere in modo adeguato. Precise misure legislative obbligano i club a investire ingenti risorse nella formazione di giovani calciatori professionisti, adottando un rigoroso mix di allenamento, studio, valutazione tecnico-scientifica e supporto medico-psicologico. L’afflusso di calciatori dalle ex colonie, formati e addestrati da istruttori europei, ha contribuito, poi, a costruire giocatori potenti fisicamente ma anche tatticamente preparati. E malgrado il massiccio utilizzo di stranieri (ce ne sono ben 300 in Ligue 1 considerati anche quelli con doppio passaporto) la percentuale di giovani provenienti dal vivaio utilizzati in prima squadra resta elevatissima, seconda solo alla Spagna: 14,9%.