Nel momento in cui il Milan prova a rialzarsi dalle macerie di una stagione chiusa nel peggiore dei modi - fuori dalla prossima Champions League, con l’esonero di Massimiliano Allegri e il licenziamento della dirigenza - il nome che più di tutti sta prendendo forza per la panchina rossonera è quello di Andoni Iraola. E forse non è un caso che, nel pieno del caos, il Milan guardi proprio verso uno degli allenatori più silenziosi del calcio europeo. Già, perché Iraola è diventato uno dei tecnici più ricercati del vecchio continente senza mai inseguire davvero la popolarità. Lo è diventato quasi controvoglia, trascinato dal peso delle sue idee più che dalla sua immagine. Il suo calcio è aggressivo, verticale, febbrile, quasi violento nel ritmo. L'uomo, invece, è l'opposto. Misurato, riservato, allergico ai riflettori. Anche da calciatore era così. Capitano dell'Athletic Club, oltre 500 presenze con la maglia biancorossa, un simbolo assoluto del club basco, ma sempre senza rumore. Non gli interessava la retorica del leader, né la costruzione del personaggio. Voleva soltanto giocare, capire il gioco, viverlo nella sua essenza. Già allora, pur non sapendo quello che avrebbe fatto da grande, ragionava come l'allenatore che sarebbe diventato.

L’onestà verso i giocatori prima di tutto

"Anche con il giocatore più importante bisogna sempre dire la verità. Essere il più onesti possibile. Un allenatore deve prendere decisioni sapendo che non sempre renderanno felici tutti", ha ammesso l'ormai ex tecnico del Bournemouth a Coaches' Voice. Una frase che racconta bene il suo modo di stare dentro il calcio: niente scorciatoie emotive, niente ricerca del consenso, solo autenticità. Non a caso, Iraola è convinto che i calciatori abbiano una sorta di "radar speciale" per capire immediatamente se un allenatore sia davvero sincero oppure no. Anche il suo addio a Bilbao, nel 2015, fu coerente con questa filosofia. Quel no alla squadra della sua vita L'Athletic Club gli aveva offerto il rinnovo per chiudere la carriera a casa, da bandiera eterna. Iraola disse no. Riteneva che continuare senza sentirsi più in grado di competere al massimo livello non sarebbe stato onesto. Restare e percepire uno stipendio soltanto per allenarsi o occupare il proprio posto in panchina non apparteneva al suo modo di intendere lo sport. Così lasciò tutto e volò negli Stati Uniti, al New York City FC. Non per denaro o per costruirsi un'ultima vetrina, ma per curiosità. Voleva conoscere un'altra cultura, migliorare l’inglese, osservare un altro modo di intendere il calcio.

A New York con Pirlo e Lampard. L’incontro decisivo con Vieira

Fu lì che arrivò la svolta decisiva, quella che gli aprì gli occhi e le porte della sua nuova carriera. In quello spogliatoio c'erano Andrea Pirlo, Frank Lampard, David Villa e, soprattutto, Patrick Vieira, il tecnico di quella squadra: "Mi ha dato una nuova prospettiva del calcio. Veniva dalla scuola del Manchester City, da un calcio posizionale, basato sulla ricerca dell'uomo libero e sull'occupazione razionale degli spazi. Era molto diverso da ciò che avevo vissuto all'Athletic". Fu in quel momento che, per sua stessa ammissione, Iraola iniziò davvero a pensarsi allenatore. I principi baschi e il coraggio di Bielsa Eppure, dentro di lui, a fare da contrappeso c’erano i principi imparati all'Athletic Club e l'influenza decisiva di Marcelo Bielsa: intensità, coraggio, aggressività senza palla, ricerca continua del duello individuale. Tutti elementi che negli anni hanno definito le sue squadre. Per questo il suo calcio sembra una fusione particolare: da una parte il romanticismo feroce del calcio basco, dall’altra la struttura posizionale assimilata negli Stati Uniti, in mezzo le vertigini del 'Loco'. La cavalcata con il Mirandes Il primo passo da allenatore fu il ritorno a casa, a San Sebastián, nell'Antiguoko dove tutto era cominciato. Dove gli allenamenti si concludevano sulla spiaggia della Concha insieme a Mikel Arteta e Xabi Alonso, anche loro cresciuti lì. Poi Cipro con l’Aek Larnaca, esperienza breve ma importante, e soprattutto il Mirandés. È lì che il grande pubblico inizia ad accorgersi di lui. Nella Coppa del Re 2019-2020 elimina tre squadre di Primera - Celta, Siviglia e Villarreal - portando una piccola realtà di Segunda División fino alle semifinali. Da quel momento il suo nome entra stabilmente nel radar del calcio spagnolo. Il calcio sfacciato del Rayo Vallecano Nel 2020 arriva il Rayo Vallecano: promozione immediata in Liga, semifinali di Coppa del Re quarant’anni dopo l'ultima volta e soprattutto la costruzione di una squadra che gioca un calcio offensivo, verticale e sfacciato. Ancora oggi, nel Rayo finalista di Conference League, guidato dal suo ex vice, Iñigo Pérez, si vedono chiaramente tracce del lavoro di Iraola, un'influenza che lo stesso Pérez non ha mai nascosto. La consacrazione in Inghilterra E così, il trasferimento nella Spanish Premier League diventa quasi inevitabile. Nell'estate del 2023, il Bournemouth lo sceglie e gli affida l'obiettivo di salvarsi. Iraola fa molto di più. Nel primo anno stabilisce il nuovo record di punti della storia del club in Premier, nel secondo lo migliora e nel terzo lo fa di nuovo portando gli inglesi in Europa League e chiudendo a soli tre punti dalla zona Champions. Ma quello che più importa è che lo fa senza mai rinunciare alla propria identità. Le sue squadre sono riconoscibili, ma non per questo prevedibili: pressione alta, feroce, uomo contro uomo, recupero immediato del pallone e transizioni offensive rapidissime. In fase difensiva, il suo 4-2-3-1 si trasforma continuamente in un 4-4-2. E viceversa, ma il principio non cambia mai: attaccare subito gli spazi lasciati liberi dall'avversario. Le sue squadre difendono attaccando. Ogni recupero palla deve diventare un'occasione per colpire. In pochi secondi. Ogni errore dell'avversario deve essere punito immediatamente. Iraola accetta deliberatamente il rischio dei duelli individuali a tutto campo pur di mantenere aggressività e ritmo. Il calcio rock'n'roll nel quale ‘’succedono cose’’ Il suo è un calcio che vive di improvvisazioni organizzate, nel quale la partita sembra sempre poter esplodere da un momento all’altro. Ed è per questa ragione che, se sarà davvero lui a prendere le redini del Milan, gli annoiati tifosi del Diavolo potrebbero finalmente ritrovare quelle vertigini e quel rock'n'roll che la San Siro rossonera non vede più da tempo. Un calcio nel quale, come ama dire lui parlando della Bundesliga (torneo che ammira), "Succedono cose". E a lui piace che a provocarle sia la sua squadra, non l'iniziativa di quella avversaria. E forse è proprio qui il paradosso più affascinante di Iraola: il suo calcio vive di accelerazioni continue e adrenalina permanente, mentre lui continua a muoversi nel silenzio. Non ama le telecamere, non cerca l'elogio facile, quasi si imbarazza davanti all'attenzione. A Lezama ricordano ancora il giorno in cui disse ufficialmente addio all'Athletic Club in maniera sobria, rapidissima, senza retorica né lacrime. Disse ciò che doveva dire e, poi, chiese quasi scusa per il rumore. San Siro però dovrà aspettarlo Dietro quell'apparente tranquillità, però, si nasconde un autentico ossessionato del calcio. Studia continuamente, prende appunti ovunque, gira sempre con carta e penna perché le idee possono arrivare in qualsiasi momento. A Vallecas erano diventate quasi leggendarie le sue passeggiate verso gli spogliatoi con il taccuino in mano per annotare dettagli della partita appena vista. Molte di quelle agende sono finite nella spazzatura, altre le conserva. Tra le sue passioni, un posto privilegiato lo occupano altri due sport. A cominciare dalla NFL e da quel modo in cui gli allenatori americani, che osserva con un po' di invidia, hanno la possibilità di incidere sul gioco in tempo reale grazie a un auricolare. E, poi, come tutti i baschi che si rispettino ama, come e più del calcio, il ciclismo di cui segue con passione maniacale anche le gare meno importanti. Tutto insomma, in Iraola, sembra riportare allo stesso punto: l’ossessione per il dettaglio, per il contenuto, per il gioco, per l'essenza. Mai per l'immagine. San Siro dovrà capirlo e aspettarlo. E solo dopo, giudicarlo, ma senza fretta. Altrimenti finirà come con Luis Enrique a Roma.