Milano – Una cascata di pensieri. Sul calcio giovanile, sulla serie A che regredisce. A ogni schiaffo, si torna a parlare di crisi del settore. Oramai conclamata. Luca Toni con la Nazionale ha vinto un Mondiale, poi è volato al Bayern Monaco. Conosce l’ambiente, sa perché i bavaresi sono diventati una macchina da guerra: «Arrivai con Ribery, Podolski, Klose, li riportammo in alto. Da quel momento, ogni stagione hanno preso uno o due giocatori di qualità da aggiungere a un’ossatura collaudata. Certo, loro non sbagliano gli acquisti». Mercoledì tornerà in Germania come talent di Prime Video, che trasmetterà in esclusiva la partita di ritorno con l’Atalanta.

Il Bayern è programmazione, prima che portafogli?

«A Monaco investono quello che incassano. Sento spesso parlare di Superlega, di modi per far entrare più soldi. La verità è che ci vorrebbero più dirigenti che sanno fare calcio. Alcuni club per vincere la Champions si devono indebitare. Il Bayern ha il bilancio in attivo». Martedì ha dominato l’Atalanta. «La differenza nei valori tecnici è ampia. Palladino non ha voluto snaturare il suo gioco, con questi duelli uomo su uomo a tutto campo. Ma contro campioni come quelli del Bayern diventa dura». È stata una figuraccia per la serie A? «Dovrebbe farci riflettere il rendimento europeo complessivo delle italiane. La serie A è in difficoltà. Il confronto con le corazzate è duro, siamo distanti. Le due finali dell’Inter ci hanno illuso, ora siamo tornati alla realtà».

In Germania ha lasciato un bel ricordo. «Sono stato amato come persona. Erano abituati a calciatori cupi, siamo arrivati io e Ribery che scherzavamo sempre. In questi giorni sentirò Rummenigge e Hoeness, vorrei salutarli. Con Kalle avevo un grande rapporto: parlava bene italiano, mi è stato vicino». Chi ha più rimpianti tra le italiane? «L’Atalanta è quella che ne ha di meno. Il 6-1 è pesante, ma non può esserci paragone con il Bayern. Non mi è piaciuto il Napoli. Ha avuto tanti infortuni, va bene, ma ha buttato via partite che doveva vincere. Per Conte è stata una brutta Champions». Le altre? «L’Inter mi ha deluso, con il Bodø doveva superare il turno. La Juventus con il Galatasaray deve rammaricarsi per la gara d’andata». Dove nasce la crisi del nostro pallone? «Bisognerebbe curare di più i settori giovanili. Ci sono poche strutture per i bambini. E alcune regole sbagliate. Ad esempio, non ci sono più vincoli per i ragazzi dai 12 ai 18 anni: possono cambiare squadra ogni stagione. Mio figlio Leonardo ha 12 anni, gioca nel Sassuolo, potrei portarlo tra un po’ da un’altra parte, e così tu società che hai investito su di lui ti ritrovi senza nulla in mano. Il rischio è che si apra anche un mercato delle famiglie: ti do 5mila euro se porti tuo figlio da me, e viceversa. Così si rovinano i bambini». C’è anche un problema di impostazione tecnica dei ragazzi? «Molti allenatori non sono abbastanza preparati. E lo capisco: vengono pagati poco, sono costretti a fare altri lavori. Non è una questione di passaggi in verticale o orizzontale: ci deve essere sia l’allenatore che punta sugli uno contro uno sia quello che fa tattica. Devono saper insegnare». Il messaggio che arriva dalla Champions alla Nazionale? «Che il livello della serie A sta peggiorando. E che sono sempre meno gli azzurri titolari nelle squadre protagoniste in Europa». L’Inter due volte finalista ha fatto qualcosa di grande? «Sicuro, è stata straordinaria. Ci siamo fatti accecare dalle finali perse. Adesso ci ritroviamo con tre squadre su quattro fuori prima degli ottavi, e l’Atalanta vicina all’eliminazione». E dire che collezioniamo successi in tutti gli sport, dal tennis al rugby. «E infatti il tennis è ben organizzato. Nel calcio Baggio aveva fatto un programma di rilancio e neanche è stato preso in considerazione. Le riforme le fa chi non ha mai giocato. Ci devono essere figure politiche, ma vanno affiancate da qualcuno che conosce il pallone: chiama Maldini, chiama Baggio. Altrimenti continueremo a far ridere».