All’abbrivio degli 81 anni - li compie il 29 luglio - Mircea Lucescu si carica l’anima acciaccata sulle spalle, si sfila lentamente il pigiama, indossa la giacca, certifica con uno svolazzo di firma il suo diritto alla felicità e compie il tragitto che ha segnato la sua vita, quello che porta dritto ad una panchina, con vista su un campo di calcio. La notizia, però, è che il punto di partenza è il letto di un ospedale, dove Lucescu si trovava fino ad un attimo fa e dove, ultimamente, tra andate e ritorni, purtroppo passa parte del suo tempo. Dunque il buon vecchio Mircea - 36 trofei in bacheca, 2° solo a Alex Ferguson e Pep Guardiola - asserisce di avere “un dovere nei confronti del calcio romeno”, lascia l’ospedale dove è ricoverato e si presenterà questa sera al suo posto, l’unico dove ha senso stare: la panchina della Romania, impegnata (ore 18) nella semifinale dei play off in casa della Turchia, bivio che apre la finestra alla qualificazione al Mondiale di Usa 2026.
"Non sono un codardo”
Al “The Guardian” Lucescu ha spiegato che “non sono un codardo e ora ai miei giocatori dirò che dobbiamo credere nella qualificazione ai Mondiali. Certo, non sono nella mia forma migliore, ma sono in debito con tutto quello che il calcio romeno mi ha dato”. E ha deciso che è arrivato il momento di restituire qualcosa. Sia detto per la cronaca: l’ha già fatto in più di un’occasione. Lucescu, uomo colto e curioso, gran lettore di classici, sei lingue parlate fluentemente, è a tutt’oggi un maestro di calcio, venerato a tutte le latitudini. Negli anni ’90 il romeno è stato una presenza fissa in Serie A. Il debutto a Pisa - l’intuizione fu di Romeo Anconetani - nell’estate post-Notti Magiche, gli anni a Brescia (con la colonia dei romeni, da Hagi a Raducioiu), una breve parentesi alla Reggiana, la stagione all’Inter chiusa con le dimissioni e con l’onta della maglietta che, a Vicenza, un furibondo Taribo West gli scagliò addosso, offeso - il nigeriano - da una sostituzione.Nei suoi quaranta e passi anni di panchina Mircea ha cresciuto molti talenti (è stato il primo a intuire le doti del 16enne Pirlo) e svariati campioni (Ronaldo il Fenomeno su tutti), sempre ha dato un’impronta precisa ad ogni sua squadra. A 36 anni, imberbe, era già sulla panchina della Romania. Fece benissimo, portando la nazionale per la prima volta nella sua storia alla fase finale dell’Europeo francese del 1984. Ce lo ricordiamo bene, quella volta eliminò dai giochi l’Italia campione del mondo in carica: 0-0 a Firenze, 1-0 a Bucarest, gol del grande Boloni. La carriera di Lucescu La sua carriera, dopo l’Italia, si è snodata tra la Romania, la Turchia e l’Ucraina. Con la Dinamo Bucarest, la sua squadra del cuore (da calciatore è stato una bandiera: era un’ala formidabile nel dribbling), ha vinto un titolo; si è ripetuto con il Rapid, l’altro club della capitale romena. E se la sua trasversalità è confermata dai due scudetti vinti a Istanbul - uno con il Galatasaray e uno il Besiktas (proprio nella tana delle Aquile nere, il Tupras Stadium, si gioca il play off mondiale); è in Ucraina che Lucescu ha dato il meglio di sé, vincendo qualcosa come 24 trofei (21 con lo Shakhtar e 3 con la Dinamo Kiev). Ha trovato gratificazioni in Europa con la Coppa Uefa del 2009, vinta con lo Shakhtar dei brasiliani, tra i quali brillavano Fernandinho, Luiz Adriano e Willian. A tal proposito: Lucescu ha fatto del club di Donetsk una Selecao modalità europea, che sapeva unire l’attitudine al bel gioco con l’organizzazione. Nel mentre, ha avuto qualche ostacolo di salute. E ha già rischiato la vita in un paio di occasioni. Nel 2009, quando venne operato d’urgenza al cuore. E nel 2012, quando nella sua città, a Bucarest, venne coinvolto in un pauroso incidente stradale, da cui uscì illeso.Ora questa sfida, contro una Turchia che ha già allenato per un biennio (2017-2018), per provare a portare la Romania alla coppa del mondo, competizione dalla quale manca dal lontano 1998, ventotto anni fa, in Francia. Storie personali e condivise da ricucire mettendo da parte la fatica, superando il dolore, offrendosi ancora una volta come un maestro, nel segno dell’orgoglio e del dovere: così Mircea Lucescu, il miglior allenatore romeno di sempre.
