MILANO – C’era una volta la dura legge del gol, gli 883 e una riflessione sulla vita malinconica quanto può esserlo una partita di calcio, giochi bene ma gli altri segnano e vincono. Un manifesto, come La coscienza di Zeman, la canzone che Venditti ha dedicato all’allenatore che ha combattuto l’ansia del risultato con la folle idea di avere successo facendo un gol più degli altri. Erano gli anni 90, la serie A era piena di campioni. Adesso è costretta ad affidarsi a rare eccezioni come Cagliari-Atalanta 3-2 e Lazio-Udinese 3-3 di ieri sera, due Gronchi rosa dalle nostre parti, abituati come siamo a guardare la casella delle reti prosciugarsi lentamente. Il campionato italiano è quello — tra i principali in Europa — in cui si segna meno, lo 0-0 è risultato ricorrente (32 in stagione). Non un buon incentivo per chi prova a vendere il prodotto all’estero. 10 squadre su 20 senza gol nell’ultima giornata Nella giornata che si è chiusa ieri i gol sono stati 24, ma dieci squadre su venti non hanno segnato. In totale le reti dopo 34 turni sono 825, dodici mesi fa erano state 863: ne abbiamo smarrite 38, la media gol a partita è passata da 2,56 a 2,42. Allargando il discorso, nel 2020/21 a questo punto del campionato i gol erano stati 1.032, 207 in più rispetto ad oggi. Un’enormità. Lo 0-0 di domenica di Milan-Juventus è stato il quarto negli ultimi cinque incroci tra le due squadre. Un inno alla noia con biglietti venduti a 139 euro per il secondo anello, quello della Curva rossonera, che con i telefoni ha messo in scena una ragionevole protesta. Collovati: “Gli attaccanti oggi partecipano di più alla manovra” Perché non si segna più? «Sgombriamo il campo da equivoci, non è che i difensori sono diventati più bravi», dice Fulvio Collovati, un maestro nell’arte difensiva. «Oggi — aggiunge — gli attaccanti oggi devono legare il gioco, partecipare alla manovra, rincorrere gli avversari. Quando marcavo Pruzzo, lui non si spostava mai dall’area di rigore, l’allenatore a stento glielo chiedeva». Non è solo questo il problema: «C’è un progressivo calo di qualità nelle punte, che pagano il momento negativo del calcio italiano. E sono scomparsi i rifinitori, i vecchi trequartisti: nessuno sa più fare l’ultimo passaggio, quello che ti mette in porta. Difatti Dimarco, un esterno, è il miglior uomo-assist del campionato». Mancano i centravanti A mancare, leggendo la classifica cannonieri, sono i nove capaci di arrivare a 15-20 gol a torneo. Lautaro è leader con 16 reti di una lista che vede solo dieci giocatori in doppia cifra, alla fine della scorsa stagione furono diciotto. Gli inseguitori (Thuram, Paz e Douvikas con 12 reti) sono ben distanti: l’argentino potrebbe essere il miglior cannoniere con meno di 20 gol segnati, l’ultima volta era successo nel 1991 con Vialli (19 sigilli in 34 gare con la Samp). La crisi delle punte è tale che, appena ne arriva una di valore, fa la differenza: Malen ha esordito con la Roma il 18 gennaio a Torino, è già a quota 11. Caputo: “Poche punte vere” «Non vedo più i centravanti veri, quelli che da soli trascinavano una squadra. Manca il nove di provincia, o un bomber a sorpresa che prima sbucava sempre», dice Ciccio Caputo, uno da oltre 60 gol in serie A. «Io mi confrontavo con Ronaldo, Immobile, Lukaku — le sue parole – Adesso anche numericamente sono poche le punte e siamo pieni di esterni. Avessi giocato adesso, mi sarei divertito di più». Cosa non funziona? Sono praticamente spariti i gol diretti da calcio di punizione, così come i dribbling: la Juventus è quella che ne fa di più, solo 7,9 a partita (l’Inter 5,4). Nessuno sembra capace di attaccare una difesa schierata. Non è un caso che il maggior numero di reti si concentri nell’ultimo quarto di gara, tra il 76’ e il 90’: 177 in totale, il 21,7%. Il primo gol di una partita arriva in media al 32’, ma il grosso si registra nei secondi tempi, quando la stanchezza allenta le linee: 465 (57,1%) contro i 349 (42,9%) dei primi tempi. Sono diventati rari i gol in contropiede (guida il Torino con 9 centri), mentre sono aumentati quelli da calcio piazzato: l’Inter (20) così ha costruito un pezzo di scudetto (il Napoli ne ha fatti 11, la metà). «Prevalgono i tatticismi, anche nei settori giovanili — la chiosa di Collovati — Bisogna far sfogare i ragazzi, il loro talento. Altrimenti non nascerà più gente come Vieri o Del Piero».