Il gioco è chiaro: per diventare presidente della Federcalcio al voto del 22 giugno, devi prima convincere l’asse calciatori-allenatori a sostenerti. Giovanni Malagò e Giancarlo Abete ci proveranno oggi: prima l’ex numero uno del Coni, poi nel pomeriggio il presidente della Lega Dilettanti. Sarà la prima occasione per confrontarsi sui temi dei due aspiranti candidati (entrambi devono sciogliere le riserve).
Il ruolo di Assocalciatori e Aiac
L’Assocalciatori e l’Aiac hanno preparato un documento con le proprie richieste. In sintesi, vogliono che sia mantenuta la riforma per le giovanili voluta da Gravina e in cui sono impiegati Perrotta e Zambrotta. Un impegno per garantire più soldi a chi schiera più calciatori italiani tramite la riforma della Legge Melandri (serve un intervento della politica). Ma in ballo ci sono anche i futuri incarichi. Perché tanti, tra i calciatori, speravano fosse arrivato il momento di far correre uno di loro per la Federcalcio. Gli sforzi non sono bastati. Ma l’Aic è pronta ad avanzare una candidatura per il Settore tecnico. Il nome caldeggiato è quello di Gianfranco Zola, sostenuto anche dalla Lega Pro di Matteo Marani. Credibile e già attivo: la sua riforma per la serie C ha favorito l’impiego di ragazzi italiani anche grazie alla premialità. Insomma, un progetto pilota per quello che l’Assocalciatori sogna per il calcio dei grandi. Calciatori, più Malagò che Abete Fino a oggi, per i giocatori sono emerse più affinità con Malagò che con Abete. Ma la partita è aperta e alcune squadre di A hanno mostrato scarso interesse, per non dire contrarietà, all’introduzione di norme che favoriscano l’impiego di calciatori nazionali: gli italiani costano di più e un meccanismo simile, ritengono, ne farebbe crescere il prezzo. Malagò resta il favorito: il suo obiettivo è arrivare al 13 maggio, scadenza del termine per presentare le candidature, da concorrente unico, diventando presidente quasi per acclamazione. Ma attenzione a dare tutto per scontato, visti i soggetti in campo. E senza dimenticare l’ipotesi del terzo uomo per rompere l’equilibrio: politica e elettori antagonisti non hanno smesso di lavorarci.
