L’aggressione verbale della tribuna di Carrara al designatore Gianluca Rocchi, uscito scortato al termine della partita con il Catanzaro, certifica il clima che si respira ormai attorno a ogni decisione degli arbitri. Ma anche, con ogni probabilità, la necessità di un cambiamento radicale. Il giorno dopo, né l’Aia né la Figc hanno denunciato la gravità dell’episodio. Divise, più che mai, dalla prossima riforma della classe arbitrale che dovrebbe introdurre il professionismo.
Il report Uefa
In questa stagione disgraziata, ci si è messo anche un report dell’Uefa referee convention, consegnato alla Federcalcio, con tante obiezioni sul sistema di osservatori e valutazioni non proprio lusinghiere della filiera arbitrale. La federazione ha deciso quindi che il cambiamento non si può più rimandare. Oggi fisserà la data per un nuovo tavolo di discussione, ma servirà solo a rimodulare piccole sfumature: l’impianto non si tocca. E prevede che gli arbitri di serie A e di serie B siano messi sotto contratto da una società partecipata al 100% dalla Figc. Contratti di lavoro autonomo, che, dopo un numero prefissato di presenze, diventano a tempo determinato, con contributi e Tfr. E la scelta dei fischietti che ne faranno parte non sarà condizionata da graduatorie e selezioni piramidali: scelta libera su tutto il territorio nazionale. Da chi? L’idea è articolata: la struttura sarà retta da un cda di tre persone nominate dal Consiglio federale tra soggetti non tesserati: quindi né calciatori, né dirigenti né arbitri. Questo cda nominerà poi un direttore generale per la parte amministrativa e un designatore degli arbitri. Che quindi non sarebbe più espressione dell’Aia, l’associazione italiana arbitri. I costi della riforma Il carrozzone costerà 18 milioni all’anno. Chi paga? La Federcalcio ritiene di spostare su questa struttura parte dei soldi che oggi mette a disposizione dell’Aia. E si aspetta un contributo — una decina di milioni — da serie A e serie B. Il problema? I vertici della Lega non vogliono pagare (e tanto) senza poter contare. Vorrebbero nominare almeno un membro del cda e magari il designatore. Anche se non tutti i club sono d’accordo: «Se ci facessero nominare delle figure del mondo degli arbitri avremmo solo un altro nome intorno a cui litigare», racconta il rappresentante di una società di serie A. Senza contare il peso che graverebbe sul designatore se fosse nominato dai club, tra minacce di farlo cadere a ogni errore e il rischio di pressioni per non avere arbitri ritenuti “sgraditi” dai presidenti o dagli allenatori. Insomma, se le società entrassero nel meccanismo di nomine il sistema sarebbe esposto a ingerenze che ne metterebbero in discussione la credibilità. Aia contraria Ovviamente a questa riforma è contrarissima l’Associazione italiana arbitri: non vuol perdere il controllo sull’eccellenza dei direttori di gara (e sui soldi che le garantisce questa gestione). Ma oggi è un’Aia decapitata, senza il presidente Zappi — squalificato per aver indotto alle dimissioni due designatori, rischia la decadenza — e senza risorse proprie, quindi nei fatti incapace di difendere se stessa. E persino lo strumento dello sciopero — ventilato in questi giorni — non avrebbe appigli: gli arbitri infatti sono più che felici di avere contratti professionali (e staff di conseguenza, dai medici ai fisioterapisti). Insomma, la riforma si farà. Il via libera, forse, già ad aprile.
