Non bisognerebbe mai farsi illusioni. Non avrebbe dovuto cadere nella trappola mesi fa Claudio Ranieri, non dovrebbe farlo adesso il popolo romanista. L’illusione di Ranieri è stata credere che, come in una canzone dei Pooh, il mondo assomigliasse a lui e quindi non fosse in pericolo. Che esistesse uno spazio presidiato per la gratitudine, un parcheggio riservato dove potesse sistemare ogni giorno la sua storia e lucidarla. Invece viene sloggiato, si titola “licenziato”, come uno di quei direttori generali di passaggio a cavallo di un algoritmo. Pensava sarebbe bastato il mezzo miracolo compiuto l’anno scorso subentrando in panchina e portando la squadra dai fondali alla superficie europea. Non si ricordava più che non fosse stato sufficiente il miracolo intero e irripetibile di Leicester per salvaguardarlo l’anno successivo? Ma quella era Inghilterra, questa è Roma. E peggio mi sento.
Roma immemore e cinica
La sua Roma cammina con lui, indossa i suoi abiti e quello è il confine. La città è immemore, cinica, ma soprattutto è votata a una speranza a buon prezzo, da imbonitori senz’altare, purché nuova. In fondo, che cosa ha vinto qui Ranieri? Ha sfiorato, raddrizzato, tenuto in corsa: e quindi? Ha pensato che un patto fosse un patto, chiunque lo avesse firmato. Che l’amore popolare fosse eterno, invece dura come un gatto sul grande raccordo anulare. C’è ancora ieri, ma domani: avanti un altro. Di quell’altro ha creduto avrebbe rispettato la storia, preso appunti alla lectio magistralis, accettato (o almeno ascoltato) i consigli. L’ha circondato dei suoi uomini e affetti. Ma chi li voleva veramente? Quel rapporto complicato e impossibile con Gasperini Come poteva davvero sognare, lui che è stato allenatore fino alla stagione scorsa, che un collega accettasse un ex sul collo? Anche a essere signorili, anche a essere gentili, basta lasciarsi scappare, che ne so: «Ma Pellegrini, non potrebbe dare di più?», «Ma Wesley non torna un po’ troppo presto?» e addio armonia prestabilita, monadi impazzite, Gasp furente in technicolor. Che poi (non) l’ha scelto buono quello a cui fare da supervisore (o come si vuole tradurre senior advisor). Ha sopravvalutato la disponibilità altrui: di proprietà, curva e panchina. Ha sopravvalutato la sua pazienza, che si è incrinata facendogli sussurrare in pubblico cose che era meglio gridare in privato. Se ne va prima che la stagione finisca, ma è anche questa un’illusione: era finita, sarebbe stato meglio accorgersene e chiudere: non è più la sua Roma, il suo tempo, il suo modo. Forse ha perduto un’altra migliore occasione, ma se preferiva questa non abbia rimpianti, li lasci agli altri.
Roma senza la forza per cambiare ancora
Perché adesso è il popolo romanista a illudersi (e con lui la proprietà americana). Dall’alto di un sesto posto e di una sofferta eliminazione con il Bologna in Europa League incorona suo vate con pieni poteri quello che fino a un anno fa, per mille voci nelle radio del tifo, era il più detestato e sospettato degli allenatori. Crede in lui perché non ha più la forza di ricominciare da capo, di fidarsi di una scelta personale di Ranieri (sempre che quella poi accettasse, e sarebbe difficile). È passato Mourinho, è passato De Rossi, meglio non far passare anche Gasp. Gli adepti di una setta, quando si sono lasciati alle spalle la vita precedente, continuano a credere nel guru perfino se si accorgono che le sue parole sono un copia incolla di vecchie parabole e i suoi miracoli trucchi da baraccone. La promessa di Gasp è ancora valida: oggi non si vola, domani sì. Magari avrà ragione, magari salendo a bordo del suo aereo più pazzo del mondo la Roma staccherà finalmente l’ombra da terra. Quell’ombra avrà la forma, elegante e sconsolata, di Claudio Ranieri.
