I giocatori lo adorano, i colleghi lo patiscono, gli esteti lo venerano, gli scettici lo aspettano. Forse, Cesc Fàbregas non è ancora il più bravo di tutti, ma è quello che fa giocare meglio. È come se il Como ne avesse assorbito ogni molecola, cominciando da quando Fabregas era il cerèbro, il cervello del calcio mondiale. Quella capacità di sentire le azioni e il loro sviluppo in anticipo su chiunque, comprese direzioni e rotazioni della palla, e poi i proverbiali spostamenti di Cesc, architetto e rabdomante. In teoria, non sono cose che si insegnano. In pratica, Cesc lo fa.
Un progetto documentaristico quando il Como era in D
È lui la pietra angolare di un progetto iniziato a puro scopo turistico, anzi documentaristico, quando il Como era in serie D. «Rilevammo il club per farne un set cinematografico», ha detto il presidente Mirwan Swarso a “Rivista Undici”. Lui che rappresenta i fratelli Hartono, miliardari indonesiani tra i più ricchi del pianeta tra banche, tabacco e media, ne rivela candidamente il piano finanziario più che sportivo: «Intendiamo raggiungere la redditività il più presto possibile».
La contabilità dei risultati
La contabilità dei risultati, quella è già raggiunta. Il Como è quarto e oggi sarebbe in Champions. Come spiega Cesc, «quelli a cui piace vedere il calcio penseranno che il Como otto volte su dieci vince». Ma quale vera sostanza regge l’edificio? Non sarà come la storia di Thiago Motta, fenomenale a Bologna e liquefatto alla Juve, quando si trattò di ribaltare la dimensione? Al momento, il Como è provincia anomala con più denari delle grandi e un mercato di sole entrate, però accortissime (126 milioni spesi in estate, appena 16 incassati), con arrivi importanti di giocatori attratti anche dal magnetismo dell’head coach, nonché azionista lariano, e di giovani super. I magnati indonesiani sanno di non poter trattenere a lungo questa specie di Guardiola d’acqua dolce, ma hanno già deciso che sarà un addio civile: «Toccherà a Cesc scegliere il suo successore». Non tutto l’oro luccica, peraltro, su quel ramo del lago di Como. Così calmo e compassato in campo, così movimentato e spigoloso in panchina, Fàbregas trova spesso modo di litigare con i colleghi. Da Allegri si è preso un brutto insulto (i due non potrebbero essere più lontani), con Gasperini è acidità da almeno due stagioni, e domenica il romanista non gli ha stretto la mano, dicendo che per lui il re è nudo: «Il Como? Troppi passaggi al portiere, la gente si annoia». Calcio verticale, gli uomini non sempre. E tra i litiganti con Cesc compaiono a diverso titolo pure Conte, Tudor e Nesta, guarda caso tutti ex calciatori che magari, chissà, del catalano potrebbero patire l’aura di inarrivabile talento, campione del mondo e d’Europa anche se, curiosamente, mai vincitore della Champions (lasciò il Barcellona troppo presto).
Per gli italiani un solo minuto stagionale
La gemma della corona, in verità, non arriva dal Barça ma dal Real Madrid, si chiama Nico Paz e tocca il pallone come nessuno. Disperso Morata, mancano invece quasi del tutto gli attaccanti di ruolo, circostanza che Fàbregas aggira senza scomporsi, lui che fu pure un sublime “falso nueve”. Che il progetto sia cosmopolita lo dimostra il pressoché nullo contributo del calcio italiano all’interno del Como: appena un minuto giocato in tutta la stagione da uno nato nei patrii confini, cioè il milanese Edoardo Goldaniga: nessuno, in Europa, ha utilizzato meno i giocatori locali. Dammi solo un minuto. Se i Pooh non gravitassero a Bergamo invece che a Como, potrebbe scapparci l’inno.
