MILANO – Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, a meno di un mese dalle elezioni per la presidenza della Figc cosa pensa della possibile ineleggibilità di Malagò? “C’è chi dice che debba esprimersi il Collegio di garanzia del Coni, come è successo con il commissariamento dell’Aia. E chi dice che lo debba fare l’Anac, come accaduto con il presidente Buonfiglio. Bisogna avere pazienza per qualche giorno, a breve sapremo. Ma si deve arrivare alla data dell’assemblea avendo sciolto ogni dubbio, per dar piena legittimità a chi verrà eletto il 22 giugno”. Sembra scettico. “Lo sono nella misura in cui non credo che le responsabilità possano essere in capo solo a chi guida un’organizzazione. Sarei felice di sorprendermi se rinnovando solo il presidente cambiasse la capacità del Consiglio federale di produrre quelle riforme, mai fatte in 15 anni, da far approvare all’assemblea federale”. Ha incontrato i candidati Malagò e Abete? “No, per ora nessuno mi ha chiamato. Io sono qui, sono pronto, evidentemente non è ancora il momento”. Nel testa a testa sembra davanti Malagò. Sarebbe una scelta corretta? “Lo determinerà l’efficacia dell’azione, a contare sarà quello che il nuovo presidente farà. Non è una questione di nomi. Sia Malagò sia Abete hanno una storia nel calcio, ma differente. Molto differente”.

Quali sono le priorità parlando di riforme? “Il tema terzietà dei controlli finanziari l’abbiamo risolto, nonostante qualche pregiudizio, con la costituzione della Commissione indipendente che sta facendo bene il suo lavoro, in modo discreto e impenetrabile. Farà anche proposte al Consiglio federale per rendere più efficaci i modelli di controllo della gestione finanziaria dei club e gli indicatori per l’iscrizione ai campionati professionistici, potendo proporre oltre che controllare”. Quindi? “Parlando di priorità irrisolte, indicherei quattro macro aree sulle quali sarebbe importante intervenire: assetto federale, format dei campionati, giovani e giustizia sportiva”. Partiamo dalla prima. “Il presidente Gravina ha ammesso, subito dopo le dimissioni, che il sistema è bloccato perché prevalgono gli interessi dei singoli rispetto a quelli generali. Bisogna immaginare architetture, assetti e rappresentanze delle componenti federali più confacenti alle varie sfide di questo tempo a partire da quella della competitività ad ampio spettro, dalla base al vertice, e non mi riferisco solo a quella sportiva. Non si può continuare a essere consociativi quando si devono fare gli accordi elettorali e corporativi subito dopo le elezioni degli assetti federali. Di sicuro, le migliori espressioni del calcio europeo sono organizzate in modo differente”. Eccoci alla seconda. È a favore della serie A a 18 squadre? “Dicono che si giochi troppo, ma ci sono Paesi in cui le partite sono di più rispetto alle nostre e questo fastidio non viene avvertito. I calendari nazionali e internazionali devono trovare un equilibrio, altrimenti il rischio è che quelli domestici finiscano soffocati. I cinque maggiori campionati europei dovrebbero fare delle scelte, avrebbe senso creare una sorta di coalizione. Penso ad alleanze commerciali, a piattaforme di promozione internazionale del prodotto, anche solo tra Italia, Spagna, Germania e Francia, visto che la Premier viaggia a gonfie vele. Si potrebbe anche rivedere il sistema di promozioni e retrocessioni tra A, B e C, per cercare di dare più stabilità, senza pregiudicare i profili di rischio che rendono un campionato vivo fino al termine. Accorgimenti che avremmo potuto fare da tempo e che adesso non possono più attendere”.

Gravina aveva in mente proposte in tal senso. “Ha fatto tante proposte, ma per come è oggi il nostro calcio non si riesce a garantirne lo sviluppo". Torniamo alle riforme. Il terzo tema che diceva? “I settori giovanili. Si parta dalla riorganizzazione del Club Italia, includendo nel progetto il settore tecnico e Coverciano, e il settore giovanile scolastico. La federazione stava già procedendo in tal senso, adesso quell'ipotesi si deve concretizzare. Serve promuovere con maggior vigore la ricerca del talento, i centri di formazione federale possono essere rafforzati e collaborare con le società e le associazioni affiliate dei vari territori. Vanno selezionati in maniera più attenta e qualificata gli osservatori, che devono avere determinate qualità tecniche, culturali e morali per individuare i prospetti. Importante poi che si lavori su altri tre elementi”. Quali? “Possiamo valutare di portare il vincolo a tre anni: l’ho trovato a zero e portato a due anni, sapendo che per come era configurato non andava bene, tanto che stavano degenerando quasi duecento cause di fronte alla magistratura del lavoro che avrebbero travolto tutto. Sono disponibile a ragionare anche sull’apprendistato sportivo e professionalizzante, configurando un contratto di formazione tipico. Ma la federazione deve incrementare i premi di formazione, dimezzati quattro anni fa creando ulteriori problemi alle società. Questi tre elementi devono viaggiare insieme e in tempi brevi arrivare a destinazione”. Ma perché negli altri Paesi i giovani giocano di più? “Una cultura diversa, che consente alle nazionali di avere il giusto ricambio. Cosa che a noi è mancato perché il minutaggio dei ragazzi italiani nei campionati maggiori è insignificante. Da noi a 20 anni si gioca ancora in Primavera, torneo peraltro pieno di stranieri. Negli altri Paesi giocano senza bisogno di norme impositive".

Il quarto punto quale è? “La giustizia sportiva. Con lo stesso spirito della commissione indipendente, penso debba avere un suo profilo di indipendenza. Gli organi non possono giudicare i soggetti che li hanno designati, c’è una relazione che all’apparenza, ma anche nella sostanza, non rende indipendente il giudizio”. Come agirebbe? “Stiamo collaborando con il Coni, eventuali modifiche non possono riguardare una sola federazione e le dovrebbe fare il sistema sportivo, altrimenti verremmo accusati di invasione di campo. Tra giugno e luglio dovrebbe essere portato in Giunta e poi in Consiglio nazionale un primo modulo della riforma, al quale vorrei se ne aggiungesse un altro relativo a tre soggetti: il presidente del collegio sindacale delle federazioni che viene eletto nella stessa assemblea che nomina il presidente. Il collegio dovrebbe essere organo terzo, se il presidente ne diventa soggetto politico c’è qualcosa che non quadra. Il Coni dovrebbe, poi, definire le linee guida per l'adozione della norma 231 da parte di tutte le federazioni, con relativi protocolli attuativi e la nomina degli organismi di vigilanza. L’ultimo elemento riguarda il cosiddetto Safeguarding officer: mi piacerebbe non fosse interno alle federazioni dove potrebbe subire un condizionamento, dovrebbe essere collegato alla Procura Generale dello Sport”. I prossimi passi? “Intanto vediamo se riusciamo a partire con il primo modulo, poi andremo avanti senza intervenire direttamente, ma contribuendo all’evoluzione della riforma della giustizia sportiva, quindi anche quella calcistica. Così potremmo lasciare con maggiore serenità alla fine del nostro mandato di governo”. Quali novità ci sono sul fronte stadi? “Stiamo accelerando. Il commissario, con la sua struttura, sta lavorando a pieno regime su quattro dossier, a partire da quello del nuovo stadio della Roma. Si sta perfezionando la convenzione con il comune e la regione Lazio che farà accelerare in modo significativo l’iter amministrativo. Lavoriamo anche sull’Olimpico e sugli impianti di Firenze e Palermo, mentre attendiamo qualche elemento in più dai comuni di Napoli e Milano. Gli iter per gli stadi di Cagliari ed Empoli stanno arrivando all'ultimo miglio e il cantiere del nuovo impianto di Venezia procede spedito. A breve definiremo i contorni del portafoglio che il governo metterà a disposizione di questa fase. Il Mef ha già stanziato 100 milioni per interventi in equity e l'Istituto per il Credito Sportivo farà la sua parte anche attraverso il Fondo Italiano per lo sport che gli abbiamo affidato per garanzie, contributi in conto interessi ed eventuale fondo perduto”. Ad oggi quali città ospiterebbero gli Europei 2032? “Di sicuro Roma, Milano e Torino. Firenze è in linea con l’obiettivo, mancherebbe una quinta sede che dovrebbe essere al sud, una tra Napoli e Palermo. Ma potrebbe esserci anche un sesto stadio, pronto all’occorrenza. Cagliari è quello più avanti di tutti dal punto di vista amministrativo”.