Di Rino Marchesi, quella meraviglia d’uomo di Gaetano Scirea un giorno disse: “Mi ha insegnato la serenità”. Perché c’è un modo di stare in campo e in panchina, ma soprattutto di stare al mondo, e Marchesi, scomparso ieri a 88 anni, quel modo lo aveva dentro. Possedeva l’eleganza dell’educazione, eppure qui si farebbe un torto alla sua storia di ottimo calciatore e magnifico allenatore se ci si limitasse alla signorilità. Che era suprema, ma non era l’unica sua virtù.
I successi da calciatore
Intanto, Marchesi fu un moderno difensore di centrocampo, ma anche un mediano di difesa, capace di vincere quella memorabile Coppa delle Coppe con la Fiorentina nel 1961, oltre a un paio di Coppe Italia in viola. Vestì due volte l’azzurro, non campione ma neanche carneade e sempre sul pezzo, lì nel mezzo, finché ce n’è. Ma è stato il Marchesi allenatore a insegnare calcio e stile, meglio in provincia che nelle metropoli, forse, però su questo si potrebbe discutere, visto che il suo primo Napoli, quello di Krol, sfiorò lo scudetto ben prima di Maradona che pure Marchesi accolse in Italia (“Mi consideri a sua completa disposizione, mister”, gli disse Diego nel loro primo incontro, e Rino comprese in un attimo lo spessore della persona, non solo della divinità del football).
Marchesi e i due fuoriclasse
Ma il disegno esatto del gioco, Rino Marchesi lo aveva già squadernato sulla panchina dell’Avellino, in un ambiente all’opposto di lui, dove però lui non si smarrì mai. Dopo il primo Napoli, lo chiamarono all’Inter e vi trovò campioni ancora acerbi, solo ipotesi di grandi giocatori. Non funzionò. Ecco, se nei modi e nella sostanza Marchesi non si discute, con i tempi di entrata e uscita dal palcoscenico ha sempre avuto un rapporto difficile: arrivò troppo presto nel Napoli di Maradona e troppo tardi nella Juve di Platini, accompagnando il primo Diego e l’ultimo Michel senza vincere con nessuno dei due, destino ben gramo.
L’anno sbagliato della Juventus
Ma il Napoli di Maradona lo ha messo in piedi anche lui, restando un anno soltanto, prima di esprimersi con disinvoltura a Como: di nuovo la provincia che ritorna e accoglie. Questo convinse l’avvocato Agnelli, e soprattutto Boniperti, a chiamare proprio lui dopo il decennio irripetibile del Trap: Rino Marchesi sembrava perfetto per lo stile Juve e lo era, peccato che non fosse più tanto Juve la Juve stessa. Il re Michel al passo d’addio, come Gaetano Scirea: non potevano certo essere Magrin e Soldà, senza offesa, le loro prosecuzioni. E poi ci fu il mistero Ian Rush, che a Liverpool era il più grande centrattacco d’Europa, mentre a Torino lo si ricorderà solo per il vocione basso e per quell’inutile vagare in campo. Nella terra di mezzo tra epoche bianconere, Marchesi provò ad arrangiarsi ma non ci riuscì, perché la Juventus non può aspettare. Il cono d’ombra, ingeneroso e immeritato, attese invece Rino dopo le due vane stagioni torinesi, e niente sarebbe mai più stato come prima. Ma se di un uomo di sport non restano solo gli albi d’oro, di Marchesi si ricorderanno la bravura in panchina e il tratto umano, mentre nessuna polemica sarà possibile trattenere nella memoria per il semplice fatto che non ve ne furono mai. Un signore, ma non solo questo.
