Mikel Arteta è la realizzazione di un progetto che ha resistito ad anni senza coppe, a fughe finite a un passo dal traguardo e all'idea che ci sarebbe sempre stato qualcuno migliore di lui a vincere prima che fosse lui a riuscirci. Invece il tecnico basco ha finalmente riconsegnato il titolo della Premier all'Arsenal dopo 22 anni, questa volta contenendo la rimonta del City, e insegue pure l'utopia della Champions, che i Gunners non hanno vinto mai. Fino a pochi mesi fa, c'era chi ragionava (sragionava?) sul fatto che Arteta fosse un presuntuoso perdente, mentre ora è sul punto di vincere tutto. Arteta più forte del tempo Intanto ha battuto il tempo, il nemico invece invincibile per gli allenatori di casa nostra, inchiodati alla volubilità del risultato. Arteta pilota l'Arsenal dal dicembre del 2019. I 22 anni di Wenger – un’epoca, un’epopea - si erano conclusi un anno prima, l'interregno di Emery (e di Ljungberg, traghettatore per 20 giorni) era stato deludente e a quel punto la società decise di svoltare affidandosi a quel debuttante di 37 anni che non aveva mai allenato prima, ma che stava imparando il mestiere al City, nello staff di Guardiola.

Il pupillo di Wenger

Bisogna fare un passo indietro: Arteta aveva chiuso la carriera (presto, perché gli infortuni lo tormentavano) proprio all’Arsenal, nel 2016. Era uno dei pupilli di Wenger, che aveva sempre pensato che alla lunga sarebbe stato il suo successore ideale: gli propose di lavorare nelle giovanili, ma nel frattempo al ragazzo di San Sebastián arrivarono anche le proposte di Pochettino, che lo avrebbe voluto con sé al Tottenham ("diventerà il più bravo allenatore del mondo", scrisse l'argentino nella propria autobiografia) e di Guardiola, che gli offrì un posto al City. La scelta di andare da Pep Arteta tentennò e poi scelse Pep, vale a dire quello che, a suo giudizio, avrebbe avuto più da insegnargli. A Manchester la sua specialità è diventata il posizionamento: insegnava ai giocatori come farsi trovare al posto giusto nel momento giusto, con una maniacale cura dei dettagli e della precisione che ha portato al miglioramento di moltissimi giocatori, specie degli attaccanti e specie di Sterling, diventato bomber implacabile, un fuoriclasse del tempismo, proprio grazie proprio ad Arteta. Quando l'Arsenal silurò Emery, pensò prima di tutto a tre allenatori: due già affermati, Luis Enrique e Allegri, e uno giovane ma ormai in carriera, Nagelsmann. Alla fine la decisione la prese l'azionista americano, Stan Kroenke, che due anni prima aveva fatto una scelta simile nei LA Rams, la franchigia di NFL di cui è proprietario: promesse capo allenatore Sean McVay, il più giovane nella storia della lega, e vinsero il triplo delle partite della stagione regolare rispetto all'anno precedente. Arsenal cresciuto inesorabilmente Con Arteta non è andata esattamente così, sono serviti tempo e pazienza. Però è andata. La crescita è stata lenta ma progressiva, di soldi ne sono stati spesi (mezzo miliardo, alla fine), ma nessuno ha mai messo in discussione il progetto, nemmeno nei primi tre anni senza Champions, nemmeno quando nel 2024 l’Arsenal ha subito la rimonta del City e nel 2025 non ha rintuzzato la fuga del Liverpool, nemmeno quando il cammino nelle coppe (Europa League prima, Champions poi) non è stato brillante. La fiducia non è mai stata messa in discussione e il metodo Arteta ha finito per imporsi, pure tra mille difficoltà (i gravi infortuni di Havertz, Odegaard e Merino, i lunghi periodi senza un centravanti di ruolo perché erano tutti rotti) e con un organico potenzialmente non all'altezza di quelli di City, Liverpool e anche United e Chelsea, perlomeno a livello di valore economico. Manca la stella da Pallone d’Oro L'Arsenal non ha stelle da Pallone d'oro, ma difensori fortissimi (che coppia, Gabriel-Saliba), un leader in mediana, Rice, e fantasia diffusa, benché non spiccata, in attacco: Saka, Martinelli, Odegaard, Trossard, Madueke, Merino. In estate aveva cercato gol facili comprando a peso d'oro Gyökeres dallo Sporting, ma lo svedese è andato così così. Il centravanti, nell'Arsenal, è la squadra. Molti hanno accusato Arteta di difensivismo. Mentre dall'altra parte del tabellone si stappava lo champagne, tra quarti e semifinali di Champions l'Arsenal andava avanti segnando appena tre reti in quattro partite e di certo il suo gioco non è spregiudicato come quello del Barcellona o del City, arioso come quello del Psg strabordante come quello del Bayern, martellante come quello del Liverpool (degli anni d'oro) o tecnicamente sofisticato come quello del Real, ma non c'è una minima traccia di prudenza difensivistica nella mentalità di Arteta. La fisicità dell’Arsenal Semplicemente, ci sono caratteristiche diverse. Fisicamente l’Arsenal è una squadra possente, tanto dietro quanto in mezzo, e l'impatto fisico è spesso un fattore decisivo nelle sue partite: lo si vede sui calci piazzati, che i Gunners battono meglio di chiunque altro in Europa e grazie ai quali segnano una rete su tre, riempiendo l'area di chili e centimetri, ammassando i giocatori sul portiere avversario, crossando con traiettorie tagliate che scatenano movimenti perfetti che disorientano qualsiasi difesa. Arteta, non a caso, ha nel suo staff sia uno specialista delle palle ferme sia uno di rimesse laterali. Preferisce i mancini (quasi il 40% dei giocatori che ha fatto comperare lo sono) perché sanno tagliare meglio il campo, a suo parere. E resta uno straordinario specialista del posizionamento: quando si è trovato senza centravanti, ha inventato come numero 9 la mezzala Merino, che si è messo a segnare come un bomber navigato, sfruttando i radar del tempismo. La trovate di Arteta Arteta concede poco al glamour, ma ha sempre idee nuove, interessanti, o anche solo curiose. E funzionano. Nel centro sportivo, per esempio, adesso vive un labrador che è stato chiamato Win: così, a furia di chiamarlo, i giocatori si abituano a pronunciare, e spesso a urlare, la parola che significa vittoria. Un'altra volta ha ingaggiato dei borseggiatori (o meglio, degli attori che sapevano borseggiare) per svaligiare i giocatori durante una cena sociale: lo scopo era di aumentare al massimo la loro soglia di attenzione. Un'altra ancora, ha chiamato dei piloti della Royal Air Force a dare lezione di comunicazione sotto stress, visto che gli avieri sono abituati a parlarsi in situazioni di grande tensione usando frasi il più possibile brevi, perché, essendo spesso una questione di frazioni di secondo, non c'è tempo di farle più lunghe. In campo spesso è lo stesso. Prima della partita di Champions con lo Sporting, ha chiesto ai suoi di avere il fuoco dentro e per ribadire il concetto ha organizzato un falò al campo d'allenamento lasciando i giocatori a meditare in silenzio davanti alle fiamme, per portarsele in qualche modo dentro. Si vince anche così, benché senza tempo e pazienza non sarebbe andato da nessuna parte.