Milano – Beppe Bergomi, voce di Sky e allenatore nell’Accademia Inter, era capitano della squadra del Trap che vinse lo scudetto dei record battendo a San Siro il Napoli per 2-1, il 28 maggio 1989. Per 37 anni, i nerazzurri non hanno più festeggiato un tricolore giocando in casa. Fino a domenica. «Vincere in mezzo alla propria gente è incredibile. Dopo lo stadio, andammo al Club degli Amici, del presidente Pellegrini. Però penso che per i tifosi interisti nessuna emozione batterà la vittoria della seconda stella nel 2024, in un Meazza rossonero». Oggi gli scudetti si festeggiano sul pullman aperto. Le sarebbe piaciuto? «Sì, ma con un percorso più breve rispetto a quelli estenuanti degli ultimi scudetti dell’Inter». Quando ha capito che l’Inter avrebbe vinto il tricolore numero 21? «Dopo il ritorno col Como. Le inseguitrici hanno perso spinta, hanno cominciato a perdere. Altro momento topico: l’uscita dalla Champions col Bodø, che è stata dolorosa ma ha aiutato a salvare energie».
Il gol decisivo della stagione?
«Quello di Çalhanoglu contro la Roma, che ha dato coraggio alla squadra e ha creato la premessa per una ripresa stupenda». Il maggior merito di Cristian Chivu? «È stato bravo a riconoscere il lavoro di Inzaghi e ad aggiungere le sue idee, senza guastare gli automatismi e senza mettere in difficoltà i giocatori».
Se lo aspettava vincente al primo anno?
«Sapevo che avrebbe fatto bene. Roberto Samaden, a lungo responsabile del settore giovanile, diceva che Cristian entra nel cuore dei suoi calciatori. Così è stato». Il miglior giocatore della stagione? «Lautaro. È stato capocannoniere anche giocando meno, e ha capacità di leadership pazzesche. Un gradino sotto, metto Zielinski e Dimarco».
La sorpresa più bella?
«Pio Esposito. Entra e dà energia». Resta qualche rimpianto o lo scudetto cancella tutto? «Io sono per restare in corsa su tutti gli obiettivi, ma dopo una stagione come la scorsa, senza titoli, ne serviva una così». Pensa che l’inchiesta sugli arbitri possa avere preoccupato i giocatori? «Sono ragazzi, certo che si preoccupano. Ma la società è stata brava a gestire tensioni, voci e spifferi. Da garantista dico: non affrettiamo conclusioni». Lei diceva che l’Inter di Inzaghi era “più brava, non più forte”. Vale anche oggi? «Ancora di più. Le concorrenti hanno investito sul mercato. L’Inter ha inserito un solo titolare, Akanji. E ripartiva dallo shock di Monaco». Le concorrenti hanno avuto molti infortuni, il Napoli soprattutto … «All’Inter sono mancati Dumfries, Çalhanoglu, Lautaro, e nel finale di stagione anche Bastoni, che oltre ai guai fisici ha subito una gogna pubblica ingiustificata. Ha sbagliato, ma si è preso le sue responsabilità». Si aspetta che possa lasciare l’Inter? «Dipenderà dalle offerte. Ha grande valore, non lo si può svendere. Lo vedo bene in Spagna, come in Premier League». Se partisse, chi vorrebbe al suo posto? «Leggo di Muharemovic, mi piace: mancino, attento, può giocare sia a tre sia a quattro. Confermerei De Vrij come riserva. E servirebbe un difensore veloce». Negli altri reparti? «Vorrei un centrocampista tecnico e fisicamente forte, come Koné, Rabiot o Khéphren Thuram E qualcuno che salti l’uomo, alla Nico Paz. È eccezionale, anche se è difficile prenderlo al Real Madrid. Ma la tipologia è quella». Sulle fasce? «Mi piace tanto Palestra, ma è caro anche lui. L’Inter in questi anni è stata brava a costruirsi una base italiana, un collante forte. La Juve ha vinto nove scudetti così». Suona come una rivoluzione … «Sì, ma senza rischiare troppo. Se non vai in Champions, oggi è un disastro. Devi mantenere un’ossatura che ti garantisca la qualificazione. Bayern e Psg, in campionati meno competitivi, sono sicuri di andarci. La serie A è diversa». Quale deve essere l’obiettivo per la prossima stagione? «Vincere il campionato. E non vale solo per l’Inter. Milan, Napoli e Juve non possono dire “puntiamo ai posti Champions”. Non è giusto verso i tifosi. La Champions è un’opportunità, ma è complessa: con la nuova formula, se non arrivi tra le prime otto, poi è durissima».
