Cinquantadue anni dopo la Repubblica Democratica del Congo può tornare sulla carta geografica del calcio. Se questa sera a Zapopan, in Messico, batterà la Giamaica, riscriverà una storia ferma al 1974. Nel mese di marzo di quell’anno, allo stadio del Cairo, c’era anche Muhammad Ali. Guadava la finale tra Zaire (allora la RD Congo si chiamava così) e Zambia. L’Africa era casa sua: aveva firmato il contratto per il leggendarioRumble in the Jungle contro George Foreman che si sarebbe tenuto sette mesi dopo a Kinshasa. The Greatest si era concesso una delle poche divagazioni calcistiche – replay, l’anno successivo, per il saluto a Pelé nel giorno dell’addio al calcio con i Cosmos – in onore a due squadre dell’Africa Nera.
Quando eravamo re
“Quando eravamo re”, il docufilm di Leon Gast che vinse l’Oscar è stato un manifesto dell’Ali africano. Ma oltre a lui e Foreman, anche i leopardi dello Zaire erano re. Avevano vinto quella partita al Cairo, ma soprattutto, nell’epoca della fase finale dei Mondiali elitarissimi a 16 squadre, erano stati i primi subsahariani a qualificarsi. Aveva fatto credere loro di essere dei re Mobutu Sese Seko, un capo allergico alla democrazia che aveva bisogno del calcio e di Ali-Foreman (i 5 milioni di dollari ciascuno per la borsa li aveva trovati lui in uno stato in cui il popolo non navigava nell’oro) per affermare il suo potere. Re era Pierre Mulamba Ndayé, che aveva segnato le due reti nella finale con lo Zambia e che per la sua capacità realizzativa era soprannominato Mutunbula, l’assassino. Re era Joseph Mwepu llunga, difensore.
Le promesse e le minacce
A loro e agli altri Mobutu aveva promesso macchine, case, dollari. Tutto trasformato in minacce di morte quando le cose al mondiale non andarono. La sconfitta onorevole con la Scozia, il disastroso 9-0 con la Jugoslavia, con tanto di telefonata da Kinshasa per mettere in campo in corso d’opera un portierino spaurito che non arrivava a un metro e settanta. In quella partita Ndayé e Ilunga si scambiarono le loro vite. Ilunga diede un calcio a un guardalinee, fu incolpato l’altro e venne squalificato. Un disegno del destino. Il difensore poté infatti giocare la gara con il Brasile, quella della famosa punizione al contrario. Mentre Rivelino, uno che sbagliava poco con il suo sinistro, stava per battere dal limite, lui uscì dalla barriera e calciò così forte quasi da decapitarlo. Ilarità mondiale, ma il mondo non sapeva che se lo Zaire avesse subito il quarto gol (il risultato era sul 3-0), Mobutu non avrebbe avuto pietà di nessuno. Quello era un gesto di disperazione.
La situazione nel Paese
Dopo quel mondiale la Repubblica Democratica del Congo ci ha messo tanto per ricostruirsi, per anni il pallone fu abbandonato a se stesso. Ora c’è la grande occasione e sarebbe la chiusura di un cerchio. Non che rispetto a 52 anni la situazione economica del paese sia tanto diversa. La parte orientale, ricca di coltan e diamanti, è zona di guerre civili che generano crisi umanitarie spaventose. Il reddito pro capite è una sciocchezza se paragonato alle enormi potenzialità del territorio. C’è però una consapevolezza diversa, una comunicazione al mondo dei propri diritti. Ora è il Congo di Michel Kuka Mboladinga, il tifoso che riesce a restare immobile per tutta la partita riproponendo la posa della statua di Lumumba, l’eroe dell’indipendenza dal Belgio che fu rovesciato con un colpo di stato proprio di Mobutu. Ma è anche il Congo dei giocatori che lo hanno scelto, resistendo alle tentazioni di giocare per Francia o Belgio. È il Congo di chi non nasconde quello che va oltre il calcio: Mbemba e Bakambu dopo una semifinale della Coppa d’Africa del 2024 non si nascosero, spiegarono al mondo che il dito sulla bocca e la mano a raffigurare una pistola sulla tempia erano un gesto forte per sottolineare l’enormità della crisi umanitaria. Mbemba e Bakambu contro la Giamaica ci saranno. Giocheranno per il presente, per il futuro e anche per chi non c’è più. Come Pierre e Joseph.
