“Chiamatemi Antonio”. Ed ancora: “Nessun timore. Sono qui per confrontarmi con voi”. Antonio di cognome fa Conte e di certo non passa inosservato, quando alle 14.58 – con due minuti di anticipo sul programma stabilito – entra nella Cappella della Casa Circondariale di Poggioreale. L’applauso è scrosciante, così come il coro ‘Mister Mister’ dedicato all’allenatore del Napoli.
Lo attendono 100 detenuti, scelti dai Padiglioni Firenze, Genova e Milano, e altrettanti studenti dell’Università Luigi Vanvitelli, promotrice della rassegna Unicampania “Pensieri di Libertà”. Ad aspettare Conte, Giulia Russo, direttrice della Casa Circondariale (“Lo sport dà sempre una seconda possibilità e la testimonianza di Conte è fondamentale”), Carlo Berdini, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria della Campania, Raffaele Picaro, direttore del dipartimento di Giurisprudenza della Vanvitelli, promotore dell’incontro assieme a Giuliano Balbi, Mena Minafra, collaboratrice del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà in Campania, e Samuele Ciambriello, garante dei detenuti. Conte si rivolge ai ragazzi e agli uomini che hanno sbagliato nella vita, ma sono pronti a ripartire.
Cinquanta minuti scevri dalle logiche calcistiche per un dialogo diretto su come il suo percorso possa rappresentare un esempio. Niente cattedra. “È una chiacchierata. Voglio parlare della mia storia”. E non dell’attuale momento del Napoli o della nazionale. Alla domanda di un ragazzo sull’ipotesi di tornare ct glissa col sorriso e passa avanti. Gli interessa altro: “L’errore fa parte del percorso di ogni persona, ma c’è sempre la possibilità di redimersi e tornare sulla strada giusta”. Vale nel calcio ma soprattutto nella vita: “Bisogna sempre dare il massimo. A volte è capitato anche a me di pensare di non farcela. Ho creduto di mollare, ma questo è il momento in cui dobbiamo trovare la forza di reagire e rimboccarci le maniche. Lo insegno pure ai miei calciatori. È nelle difficoltà che si migliora. Personalmente ho imparato più dalle sconfitte che dalle vittorie”.
Per lui rappresentano una vera e propria ossessione: “Non ho chiamato mia figlia Vittoria a caso. Vincere è una sfida eccezionale e una dannazione allo stesso tempo. Quando perdo sto male, provo una sensazione di dolore che è poi fondamentale per ripartire. Come ci riesco? Il lavoro è l’unico modo che conosco. L’allenamento è anche gioia, ma soprattutto fatica. Ed è fondamentale avere disciplina perché la motivazione è momentanea, la disciplina è per sempre e ti fa conquistare i traguardi. Ma ricordate un aspetto: il fallimento non è definitivo, poi bisogna rialzarsi. Prima di ogni partita, provo la sana paura di non farcela perché questo atteggiamento mi fa dare sempre tutto”.
Conte apre il suo album personale di vita: “Famiglia di origini umili. Avevamo il piatto a tavola, ma poco altro. Mio padre aveva una piccola società calcistica, la Juventina Lecce, dove faceva praticamente tutto. Il nostro campo era accanto ad un rione difficile di Lecce, quindi io ho conosciuto le difficoltà della strada e alcuni amici hanno sbagliato scegliendo altre strade”. Lui no: “Ho avuto un’educazione dura, impensabile di questi tempi dove prevale il dialogo. Se facevo a botte per strada, le prendevo poi a casa. La mia carriera calcistica doveva andare di pari passo con i risultati scolastici. Pure dopo aver debuttato in serie A, dovevo sottostare a delle regole ferree. Avevo già 16 anni, giocavo nel Lecce, ma la sera dovevo rientrare entro le 22.30. Mio padre mi ha sempre detto che dovevo essere da esempio e non un debosciato. Consentitemi una frase: tempi duri, uomini duri”. Conte poi ricorda Daniele, il piccolo tifoso del Napoli, diventato la mascotte dello spogliatoio e scomparso a gennaio 2025, la cui vicenda ha colpito molto l’allenatore azzurro: “Faceva le chemio a Perugia e poi correva a vedere le partite assieme ai genitori. Ha lottato come un leone e questo non lo dimenticherò mai. Vi auguro di avere sempre questa forza”. Ed ecco un altro applauso. Di quelli che restano dentro. Perché con Antonio il piacere è stato autentico.
