Evaristo Beccalossi, stella dell’Inter fra gli anni 70 e 80, fa avanti e indietro fra l’appartamento di Milano, dove vive con la moglie Danila, e la villetta di famiglia a Brescia. Ma gli capita di scantonare dall’asse dell’autostrada BreBeMi per girare il mondo, come capo delegazione della nazionale italiana Under 19. “Devo tutto al pallone. A uno in particolare: il primo, quello che calciavo per ore contro un muro da bambino, cercando di diventare mancino”. Ce l’ha fatta. "Sì. Ero nato destro, ma volevo somigliare a Omar Sivori, il mio idolo. Di fronte a quella parete mi improvvisavo in tutti i ruoli: il centrocampista, l'attaccante, anche il portiere. Calciavo e paravo la ribattuta con i guanti di lana". Se non avesse fatto il calciatore, cosa avrebbe fatto? “Non ci ho mai pensato. Forse sarei finito per prendere il lavoro di papà, come usava allora”. Cosa faceva suo padre? “Tecnico nell’azienda municipale di Brescia. Acqua e gas. Ereditò il lavoro da mio nonno, poi sarebbe toccato a me”. Sua madre? “Casalinga. Vivevamo a San Polo, alle porte della città. Mi coccolava, mi dava attenzioni, ma non bastavano mai. Avrei voluto un fratello. Invece a casa eravamo io e il pallone. All’oratorio almeno giocavo già coi grandi, si vedeva già che ero bravino”. Altri sport? “Andava di moda la bici. A tredici anni me ne regalarono una da corsa, ma non faceva per me. Se non pedalavo, stava ferma. È un po’ come a scuola, dove se non ti impegni la paghi. Nel calcio, invece, c’è sempre un compagno che corre al tuo posto”. Fino dove è arrivato con gli studi? “Dopo il diploma di terza media mi hanno chiamato nelle giovanili del Brescia. Ho avuto la mia occasione e l’ho sfruttata, senza nemmeno capire bene quel che stava succedendo”. E menomale, pensi altrimenti che spreco di talento. "Il talento mi ha salvato. Anche nel massimo dello splendore, ero un giocatore limitato. Sapevo passare la palla in verticale, quello sì. Mi piaceva quasi di più servire un compagno che segnare. Ma non correvo. Se mi avessero pagato in base ai chilometri percorsi, sarei finito in rovina. E ogni tanto in campo facevo i miei famosi pisolini". “Ma va. I ritmi sono mostruosi, il rumore dei contrasti mette paura. Io non avevo voglia di fare niente, sarei durato un mese”. Un giocatore attuale che le piace? “Sandro Tonali, che ho conosciuto nelle giovanili. Ha il piede caldo. E come me ha giocato a Brescia prima di arrivare a Milano. In questo mi identifico. Ma lui ha un altro stile di vita". Di lei si diceva che dormiva poco, mangiava male, beveva troppo caffè. "È vero. Ero teso, incasinato. Non riuscivo a svegliarmi presto, e giocando alle due e mezza era un problema. Durante le ferie ingrassavo quattro chili. Mi salvavano la tecnica e la vista del pubblico di San Siro: entravo nel catino, vedevo la gente e rendevo il trenta percento in più". Le spiace l'idea che il Meazza possa essere abbattuto? "Sono per il progresso. Se ne costruiranno uno migliore, ben venga. Certo, il massimo sarebbe ristrutturarlo, ma capisco che con due squadre che ci giocano sarebbe complicato". L’ultima Supercoppa italiana si è giocata a Riyadh, in Arabia Saudita. Che effetto le fa? "Oggi il calcio cerca quattrini ovunque, e per trovarli tocca andare a spasso. Sono dinamiche che ho conosciuto alla Sony". Cosa faceva? "Ci ho lavorato per quindici anni, nel marketing, dopo essermi ritirato come giocatore. Avevo clienti grossi, Carrefour, Auchan. Parlavo coi direttori”. Cosa ha imparato da quell’esperienza? “A comportarmi, ad aprirmi, a essere più estroverso. Ma a un certo punto ho fatto una cazzata delle mie. Il mio presidente si è trasferito a Berlino e mi ha chiesto di seguirlo. Ho preferito stare qui, coi miei amici. È il mio più grande rimpianto, avrei imparato davvero l’inglese. Invece ho dato le dimissioni e sono tornato nel calcio". "L'ho letto sui giornali ma non ne ho mai saputo nulla. Non avevo un procuratore, non sapevo poco del mondo fuori dal campo. Non ero un grande politico, diciamo che ho capito tardi che nella vita bisogna essere un po’ paraculi". Nel 2013 si candidò alle Regionali per l'Udc. "Un'iniziativa di amici, che non andò bene. Ma il sogno di occuparmi della comunità mi è rimasto. Non so se sarei bravo, ma ce la metterei tutta: poche parole, tanti fatti". Oggi è felice del suo ruolo nelle nazionali giovanili? “Mi appassiona, mi diverte. E mi ha permesso di lavorare con persone eccezionali. Una di queste è Gianluca Vialli". Eravate amici? "Da morti diventano tutti bravi, ma lui lo era davvero. Siamo stati compagni alla Sampdoria. Ci siamo sentiti prima di Natale, dicendoci che ci saremmo visti presto, invece no. Ha preso in braccio mia figlia da piccola”. “A essere precisi, Evaristo Giuseppe, come i miei nonni. Nagaja invece ci è venuto così. Mia moglie ed io cercavamo un nome unico, come è unica lei, una persona speciale, un gioiello. Ed è unica anche nel senso che altri figli non ne abbiamo avuti”. Molti calciatori si sposano presto. Lei quanti anni aveva? “Ventidue, non so se è presto. Stiamo insieme ancora oggi. Prima del matrimonio ha fatto a tempo a divertirsi? Avevo sempre il pallone fra i piedi. Ci siamo conosciuti molto presto, e da lì ho fatto il bravo. Comunque non parlo volentieri della mia vita privata, l’ho sempre difesa. Anche ai miei tempi, quando giocavo, eravamo sotto i riflettori. Certo, non come adesso”. Invidia qualcosa ai giocatori di oggi? “No, anzi. Tolte le partite, quello che ruota intorno al calcio mi sembra finto. Ai ragazzi della nazionale giovanile consiglio di cercare la serenità. Oggi i calciatori sono aziende, non si divertono, e pensano troppo ai soldi”. Lei è ricco? “Non ci ho mai pensato. Sto bene, non mi manca nulla. A volte penso che sono fortunato. Mi capita quando sono a cena con gli amici. Quelli del calcio sono pochi ma buoni. Fra loro c’è Lele Oriali, un esempio, un grande. In campo aveva quello che a me mancava: la corsa, la determinazione”. “Capitava, soprattutto con Bersellini. Non si fidava, mi controllava. Mentre i miei compagni tornavano a casa, mi diceva: non ti ho visto in forma, stai qui. Mi faceva dei gran cazziatoni ma gli brillavano gli occhi, mi voleva bene”. E con i suoi presidenti che rapporto ha avuto? “Ottimo con tutti, meno che con quello che mi ha mandato via dall’Inter, dopo sette anni. Non ho mai capito se per ragioni caratteriali o tecniche”. Ernesto Pellegrini. “Il nome l’ha fatto lei. Avevo ventotto anni, i tifosi mi coccolavano, stavo da dio. È stato il momento più brutto della mia vita. Avrei fatto di tutto per restare, ma non ne ho avuto l’occasione. Sono dovuto andare via. E per me dovere non è un bel verbo”. “Sono stato fermo tre mesi, poi mi ha salvato la voglia di giocare. Prima in prestito alla Sampdoria, poi al Monza. Purtroppo in Brianza mi infortunai come molti miei compagni. Non fu una grande stagione, però conservo un bel ricordo”. Il vice presidente del club era Adriano Galliani. “Me lo ha ricordato lui, quando ci siamo incontrati al mondiale in Qatar. Ero lì come osservatore per la Fifa. Sono contento che il suo Monza stia facendo grandi cose in Serie A. La passione è quella di un tempo”. Ancora una volta al fianco di Berlusconi. “Insieme hanno fatto la storia del calcio. Il presidente l’ho conosciuto a Telelombardia, quando lavoravo come opinionista. Veniva ospite delle trasmissioni politiche. Era magnetico. Di vincenti ne ho conosciuti tanti, ma lui aveva un altro passo”. Nel calcio, chi ha ammirato di più? “Dopo Sivori, dico Rivera, Cruyff e Maradona. Gianni l’ho visto al mio primo derby Milan-Inter e gli ho chiesto: posso toccarti? Nelle partite col Napoli, mi fermavo e guardavo Diego giocare. Abbiamo passato belle serate insieme. Ci sedevamo al ristorante col buio, ci alzavamo con la luce. Era come essere al tavolo col Papa, i tifosi venivano in pellegrinaggio”. C’è un incontro che le ha cambiato la vita? “Mauro Bicicli, cremasco, ex calciatore dell’Inter e allenatore del Brescia. Tutti dicevano che non avevo fisico, lui mi ha capito. Mi incitava a divertirmi, e così mi ha aperto la strada. Se mi guardo indietro, vedo quasi solo cose belle”. Ha realizzato il suo sogno di bambino? “L’ho superato. Sognavo di finire sulle figurine Panini, ce l’ho fatta prestissimo. Poi di colpo mi sono trovato a San Siro con la maglia del’Inter e settantamila persone che cantavano il mio nome. Ho conosciuto Jannacci, Beppe Viola, Paolo Rossi”. “Sono grato a Paolo, è riuscito a trasformare una giornata nera in una cosa bella. Siamo amici, è una persona sensibile. Ho fatto uno spettacolo in cui raccontavo il mio passato, a Pioltello vicino a Milano, e sul palco è salito anche lui”. Le capita guardando una partita in tv, di volere entrare in campo? “Ormai ho quasi 67 anni. Diciamo che quando vedo un giocatore che la passa indietro, vicino alla porta avversaria, mi viene da dirgli: salta l’uomo! Gianni Brera mi chiamava Dribblossi. Il calcio moderno è tutto pressing e tattica. Funziona ma negli ultimi trenta metri resto convinto che si debba rischiare la giocata. Noi vecchi dobbiamo insegnare ai giovani a liberarsi di testa. Devono imparare a sbagliare due volte e a riuscirci la terza”.
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Evaristo Beccalossi: "Sbagliai due rigori in otto minuti e la mia vita si trasformò in uno spettacolo a teatro"
Franco Vanni·

Ripubblichiamo questa intervista del 22 aprile 2023 all'ex giocatore dell’Inter. Beccalossi è morto oggi a Brescia