COMO – Allo stadio di Cremona, un’ora dopo l’impresa, i suoi giocatori interruppero la conferenza stampa, facendo risuonare la musica della Champions League, e se lo portarono via. Due giorni dopo, davanti a un microfono, Cesc Fabregas riprende il discorso dove lo aveva lasciato: “È stata una stagione con tanti alti e pochi bassi. Al massimo abbiamo perso al massimo due partite di fila. Il momento più duro è stato il finale: il pari con l’Udinese, la sconfitta contro l’Inter, poi la mazzata dell’eliminazione in Coppa Italia. Siamo stati una famiglia e ci siamo rialzati. Non era banale. Siamo una squadra giovane. Giocare bene e non arrivare alla vittoria fa male. Perdere è anche peggio. Ma siamo andati a Marassi a giocare col Genoa e abbiamo dimostrato chi siamo. Da lì non abbiamo preso gol quasi mai. Al momento peggiore della stagione, abbiamo fatto seguire il migliore. Arrivare quinti non sarebbe stata la stessa cosa. Se siamo qui, è perché abbiamo fatto qualcosa di speciale. Abbiamo una rosa corta. Siamo arrivati al punto che non potevo chiedere di più ai ragazzi”.

Guardando al futuro, pensa che Nico Paz potrà restare a Como, dopo la qualificazione in Champions League?

“Per noi Nico è molto importante. Dobbiamo preparare al meglio la prossima stagione. Ma penso che meno dico di questo argomento e meglio è. Abbiamo già cominciato a parlarne, un po’ di tempo fa. Su Nico non devo dire nulla, si vede che persona e che giocatore è. Contro la Cremonese, in panchina, sentiva la partita come nessuno. Sull’argomento sono tranquillo, ma lascio che siano i dirigenti a parlare col Real Madrid. Vedremo che succede”. Contro chi le piacerebbe debuttare in Champions come allenatore? “Devo prendermi un po’ di tempo per realizzare che stanno arrivando queste squadre importantissime. Intanto mi godo il fatto che siamo dentro noi, e che tutti ci guarderanno in tv. Ci è capitato in spogliatoio di guardare insieme le partite europee degli altri, ora tocca a noi”.

Lei disse che il momento più bello nella sua carriera di allenatore fu l’attesa della partita fra Venezia e Catanzaro, che vi regalò la promozione. È stata superata quell’emozione? “Non sapere cosa stesse facendo il Milan col Cagliari è stato un po’ stressante. Ho chiesto il risultato di San Siro solo dopo il nostro quarto gol. I ragazzi meritano tutta questa gioia. Ci hanno creduto, hanno avuto fede, hanno seguito un obiettivo con chiarezza di idee. È stato tosto, ma ne è valsa la pena”. Avere già affrontato squadre come Inter, Napoli, Juve e Milan, è stato un buon allenamento per la Champions, o si aspetta completamente un altro livello in Europa? “Il mio approccio non cambia. Vivremo partita per partita. Siamo stati solo sette giornate fra le prime quattro. Ogni gara fa storia a sé e così bisogna viverla. Non bisogna pensare alle classifiche e a chi devi incontrare, ma solo a cosa fare, a quello che puoi gestire. Se nella pausa fra i due tempi dico ai ragazzi che stanno facendo bene, entrano meno bene nella ripresa. La nostra è una squadra giovane, e per questo un po’ speciale. Siamo stati all’altezza di tutti, tranne che contro l’Inter a San Siro all’andata in campionato, ma un paio di occasioni le abbiamo avute. Il nostro calcio richiede tanta energia e l’abbiamo sempre messa”.

Lei ha vinto giocando bene. Pensa che il suo approccio possa essere di esempio per altri?

“Ognuno ha il suo stile. Noi abbiamo la nostra visione. Non voglio sembrare arrogante, ma noi non ascoltiamo cosa si dice di noi, non cambiamo per nessuno se non per i nostri tifosi. Le critiche non mi fanno tremare. Voglio essere il miglior papà, allenatore e marito del mondo. Ma non mi lascio dire dagli altri come mi sto comportando. Con il presidente e il direttore, siamo forti. Se arriviamo quattordicesimi l’anno prossimo, ci proveremo l’anno dopo. Ora bisogna festeggiare, godersi l’Europa, le grandi squadre, sfidare il Real Madrid. Non si può sempre fare tutto bene, ma la nostra visione è forte”. Cosa ha imparato in questa stagione? “Mi sento più tranquillo, più sereno. Prima di questa stagione ero troppo emotivo. Lo sapevo, è parte del processo. Confrontandomi col presidente e col ds, mi sento più sicuro di me e del nostro lavoro. Sono cresciuto in tutto, tatticamente, nel rapporto con lo staff, nel reagire alle mazzate, nel rialzarsi. Si impara ogni giorno”.

Quale complimento le ha fato più piacere?

“I messaggi sono stati tanti. Antonio Conte, Mourinho, Wenger. Davvero tantissimi, e fa piacere. Ovviamente ho chiamato Pisacane, subito dopo la mia famiglia. Gli ho mandato un video. È incredibilmente onesto. Non dovevo chiedergli nulla. È mio amico. Ho voluto ringraziarlo”. Lei ha scelto di rimanere a Como. Vuole scrivere la storia di questa società, in un calcio di gente che insegue nuovi ingaggi e gloria? “Resto per l’ambiente, per le persone, per la felicità, per il fatto che qui mi ascoltano e mi fanno sentire importante. Qui tutti vogliono crescere. I tifosi ci seguono. Nel calcio non c’è pazienza, si esonerano allenatori per due partite sbagliate. Io qui sono all’università. Imparo tantissimo. Cresco. Non siamo nemmeno al 50 per cento di quel che possiamo fare. La gente qui crede nel progetto. Stiamo facendo la cosa giusta. E speriamo che tutto continui così”.

La scorsa estate a giugno ha voluto la rosa al completo il primo giorno di ritiro, senza modifiche sul mercato. E poi siete partiti forte subito. Quella strategia sarà ripetuta? “Ha aiutato moltissimo averli tutti qui. Dopo la promozione molti giocatori sono arrivati a fine mercato ed è stato complicato lavorare. Aiuta molto avere subito tutta la squadra pronta. Ci vogliono cinque settimane almeno per entrare in una nuova famiglia calcistica. Quest’estate voglio fare poche partite e tanti allenamenti. Dovremo conoscerci. La stagione con la Champions sarà lunga. Lo scorso anno volevo subito un centrale. Bisogna conoscere le priorità”. Altrove potrebbe avere le stessa libertà, anche manageriale? “Assolutamente no. Non esiste un’altra società così. Non potrei mai”. Quando avete capito che potevate andare in Champions? “In serie B l’obiettivo era da subito fare 72 punti, lo sapevo dall’inizio. Ma le risposte le attendevo dalla squadra. Dopo la partita persa all’ultimo in B con la Cremonese, li ho visti esultare come se già fossero in A. Lì mi è entrato il fuoco dentro. Ho deciso che dovevo vincere tutte le partite. Da lì abbiamo fatto sei vittorie e tre pareggi. Lo stesso ci è successo dopo la sconfitta con l’Inter. Mi sono detto: ne vinciamo cinque e siamo in Champions. Col Napoli mi sono detto: dobbiamo vincere, sì o sì. E infine ho pensato: se vinciamo col Parma è fatta, qualcuno sbaglierà qualcosa. E non dovevamo essere noi. Coi ragazzi ho fatto un patto. Ci siamo detti che si doveva fare un capolavoro e lo abbiamo fatto”.

Cosa vi siete detti con la società sul mercato per la stagione che comincerà fra tre mesi?

“Avremo tre competizioni. Avremo anche la Coppa Italia come obiettivo. Mi conosco bene. Se arriveranno squadre di Serie B o Serie C vorrò vincere. Metterò i migliori. Non mi piace speculare. Mi piace fare la squadra migliore per vincere ogni partita. Non siamo il Milan, la Juve o la Roma, che a gennaio può prendere Malen, spettacolare, ma in base alle nostre possibilità faremo il massimo per avere una rosa che ci consenta di competere per tutto. Difficile fare una squadra più giovane di così, ma con me i diciottenni forti giocano. E cos’è l’esperienza? Si può essere esperti anche a 22 anni. Non dobbiamo fermarci”.

Lei in stagione è riuscito a godersi i momenti belli?

“Dopo il fischio finale di San Siro col Milan, ci siamo detti: wow, lo abbiamo fatto. Un momento d’oro. Eravamo emozionatissimi. Nel mio staff c’è gente che era qui già in Serie C. Ringrazio Gabrielloni, Bellemo e i tanti, anche fuori dal campo, che hanno fatto un pezzo di strada in passato per portarci dove siamo. Ora mi prendo tre giorni di vacanza, poi si riparte. Il prossimo anno sarà durissimo, pieno di novità per tutti. Più saremo umili, consapevoli, più uniti, più avremo possibilità di fare una bella stagione”.