Game over. Antonio Conte ha già preso la sua decisione e non la cambierà, anche se Aurelio De Laurentiis gli ha dato un’altra settimana per ripensarci in extremis, col tempo massimo fissato per il fischio finale della partita di domenica (ore 18) al Maradona con l’Udinese: ultimo atto della stagione del Napoli. Ma il destino della panchina è segnato. Se ne va dopo un biennio pieno di luci il condottiero dello storico quarto scudetto azzurro, rinunciando anche ai 7 milioni di ingaggio che avrebbe dovuto percepire fino al 2027, la data di scadenza del suo contratto. La sua avventura invece finisce qui e resta il tempo solo per il congedo dai 50 mila di Fuorigrotta, a cui seguirà l’annuncio ufficiale del divorzio del presidente. Conte e De Laurentiis stanno per dirsi addio, ma senza veleni. Alzi la mano chi avrebbe immaginato di vederli remare sulla stessa barca e anche con grande profitto, vincendo in due stagioni uno scudetto e una Supercoppa: successi impreziositi da un secondo posto e dalla qualificazione bis per la Champions. Di solito sono gli opposti che si attraggono e invece sono state le similitudini a rendere solido il rapporto tra presidente e tecnico, al punto che entrambi si definiscono amici al di là del legame professionale. Fanatici del lavoro, umorali, ambiziosi, ma capaci lo stesso di trovare un equilibrio per il bene del Napoli, sforzandosi di evitare le invasioni di campo. Ma erano e restano due galli nel pollaio, tant’è che ciclicamente è riemersa nei due anni di convivenza la loro necessità fisiologica di primeggiare, finanche uno sull’altro. Gli equilibri sono sempre stati sottili e per questo il divorzio in casa azzurra non è un fulmine a ciel sereno, a 12 mesi dalla prima crisi affrontata dalla coppia. Fu la festa tricolore del 2025 a ridare linfa al progetto, minato dalla cessione di Kvara. I bilanci non in attivo hanno su ADL lo stesso effetto cromatico del drappo rosso per un toro, mentre per l’inquilino della panchina conta solo arrivare davanti a tutti. Di qui l’esigenza di trovare un’intesa a metà strada, che stavolta però è stato impossibile. Pesa infatti anche l’ego ferito di Conte, che si aspettava di essere portato in trionfo per i risultati del suo biennio azzurro e invece è stato messo in discussione: segretamente dall’interno della società e in modo esplicito dall’ambiente. Al tecnico sono stati imputati per i suoi metodi di preparazione i troppi infortuni e sono arrivate critiche pure sulla qualità del gioco del Napoli, esasperate dall’eliminazione dalla Champions. De Laurentiis ha ascoltato i rumors da spettatore, senza mai schierarsi dalla parte del suo condottiero. Un silenzio interpretato dalla panchina come assenso. Antonio non s’è sentito più apprezzato a 360 gradi ed è questo il motivo (di orgoglio) che lo spinse a mettersi su piazza nei giorni del tracollo della Nazionale. «Al posto della Figc penserei a Conte». Era il modo per rivendicare il valore del suo lavoro e invece fu scambiata per autocandidatura, che magari però sarà presa sul serio. Le cose a volte succedono perché scritte nel destino. Ma il mal di pancia di Conte prescinde dal suo eventuale futuro da ct. Il tecnico ha delegato i titoli di coda a De Laurentiis, che sa da un mese del malessere di Antonio e non ha trovato il modo per curarlo. Alle porte ce’è lo show del centenario e ADL già pensa di regalare al popolo azzurro l’amarcord per il ritorno di Maurizio Sarri. Domenica al Maradona si chiude un ciclo.