Non ci resta che piangere. Gasperini e i suoi fratelli: anche gli eroi si disperano, sbottano, perdono il controllo. Nella ricerca ossessiva del risultato lo sport si scopre vulnerabile, ferito, umano. Allora tra le macchine quasi perfette c’è ancora spazio per le emozioni. “Ma quali emozioni?” chiederebbe lo Spalletti furioso dei tempi dello Zenit, irritato dall’arbitro che concede troppo recupero. Gasp, Mou, Klopp e gli altri La frustrazione di Gasp, cocktail di rammarico e nostalgia, che scoppia quando ripensa alla sua creazione: l’Atalanta dei Percassi. Quella che il quasi amico Ranieri, senior advisor della Roma, ha tirato in ballo per giustificare la sua assunzione a Trigoria. E chissà cosa penserebbe lo storico presidente Dino Viola. Per lui “la Roma non ha mai pianto e mai piangerà. Perché piange il debole, i forti non piangono mai”. Altri tempi.
Oggi il campione ha licenza di piangere. E non deve giustificarsi. Anche se “nessuno è meglio di me”. Almeno così la pensa Mourinho, special pure quando si commuove. Nella mente degli interisti l’abbraccio disperato tra il tecnico e Materazzi fuori dal Bernabeu – dopo la finale di Champions League vinta nel 2010 – è incancellabile. José non tornerà a Milano per festeggiare il triplete. Lacrime d’addio.
Quelle di Jurgen Klopp, che in nove anni rivoluziona il Liverpool. “Non camminerò mai più da solo”, dice commosso il giorno della separazione. Ma l’allenatore tedesco non resiste neanche quando la tifosa Molly Gardner confessa di aver superato un momento difficile della sua vita proprio grazie a lui: “Parte dell'eredità che lascerai va oltre il semplice calcio”. L’amore prima del risultato. Per questo nel 2019 Ranieri accetta il secondo mandato da tecnico giallorosso, ricevendo “l’omaggio della sua gente”. La stessa che adesso si divide tra lui e Gasperini. Claudio allora eredita la Roma spaesata di Di Francesco. Non riesce a portarla in Champions, ma incassa comunque l’abbraccio dei romanisti. “Non ho mica pianto, era la pioggia”, prova a giustificarsi al termine dell’ultima di campionato (e di De Rossi in giallorosso). Lo sport che scopre le ferite, i nervi. Tim Duncan, leggenda Nba che i rivali chiamavano “il ragazzo più stoico del campetto”, scoppia in lacrime ricordando Kobe Bryant, morto nel 2020 in un incidente in elicottero.
Duncan, “l’unico giocatore che non sono riuscito a piegare” (parola di Shaquille O'Neal), si piega di fronte alla tragedia. Il basket di poche parole, ma piene di significato. Kawhi Leonard, stella dei Clippers, l’hanno ribattezzato Kawhibot. Un cyborg letale, impassibile. Che però, quando gli chiedono di futuro (ai Warriors, forse), dice: “Lasciatemi piangere su questa sconfitta ancora un po’”. Reclama le sue emozioni. Ne ha diritto, lui come le altre stelle imperturbabili dello sport. Federer e Ronaldo “Dio, mi sta uccidendo”, piange Roger Federer quando nel 2009 perde per la prima (e ultima) volta la finale degli Australian Open. Il giovane Rafa Nadal, per rispetto, alza il trofeo con contegno e abbraccia il rivale. E ancora Cristiano Ronaldo, l’uomo immagine dello sport perfezionista e impeccabile. Per il portoghese la finale di Euro 2016 è l’inferno e il paradiso. Il francese Payet lo costringe alla resa dopo un brutto fallo. Cr7 esce in barella disperato, ma poi s’inventa allenatore. In panchina affianca il ct Fernando Santos e carica i suoi. “Ronaldo mi ha detto ‘segnerai il gol della vittoria’”, confesserà Eder, supereroe per un giorno. Così è stato. Nessuno è immune alle lacrime. Nemmeno Sinner. Anche se il numero uno del tennis mondiale dice che “piangere non serve”, lui stesso ammette di averlo fatto dopo la sconfitta contro Alcaraz agli Us Open del 2022. Capita di perdere la testa. Anche letteralmente, a volte. L’enigmatico e riservato Zidane, nella finale mondiale del 2006, cade nella trappola di Materazzi. E Zizou lo stende. Gesta disperate che saranno trasformate in tormentoni e suonerie (“Materazzi ha fatto gol”). Corsi e ricorsi. Tornando in panchina, nel 2024 l’allenatore del Lecce Roberto D'Aversa colpisce con una testata l'attaccante del Verona Thomas Henry al termine della partita. “Quando sono rientrato a casa, Claudia, mia moglie, mi ha guardato e mi ha chiesto ‘ma cosa hai fatto’?", rivelerà.
Qualche anno prima Delio Rossi, sulla panchina viola, se la prende con Ljajic, che non gradisce la sostituzione. Esonero immediato. Saltano gli schemi. Sembra calcio fiorentino.
Come quando Mourinho, nel 2011 sconfitto in Supercoppa dal Barcellona, infila un dito nell’occhio del compianto Vilanova. “Tito Vilanova? Non lo conosco”, dirà il portoghese nel postpartita. Due turni di squalifica e multa. Calcio frustrante. Lo sa pure il primo rivale di José: nel 2024 Guardiola si presenta in conferenza stampa con la faccia piena di graffi. Autoinferti. “Volevo farmi del male”, la sua giustificazione in un momento non troppo felice per il suo Manchester City. Poi corregge il tiro: “Non voglio sottovalutare i problemi di salute mentale”. E poi c’è chi si sbottona proprio.
Max Allegri e i suoi spogliarelli. L’ultimo grande show nel maggio del 2024, durante la finale di Coppa Italia tra Juventus e Atalanta. "Dov'è Rocchi? Dov'è Rocchi?", grida indemoniato alla ricerca del designatore degli arbitri. “Si può dire che hai perso il controllo?”, gli chiedono i giornalisti. “No”, sorride il tecnico. Tu chiamale se vuoi emozioni.
