ZENICA – Gattuso aveva definito la semifinale dei play-off con l’Irlanda del Nord la partita più importante della sua carriera da allenatore. Lo è dunque a maggior ragione questa finale con la Bosnia-Erzegovina, che può consegnare alla Nazionale la sospiratissima qualificazione al Mondiale, 12 anni dopo l’ultima volta: “Mi sento come a Bergamo, è cambiato poco. Ci giochiamo tanto e lo sappiamo tutti quanti, lo staff, la Figc, tutti. Giochiamo contro una squadra forte e fisica, ci vuole una grandissima Italia per coronare il sogno di tornare al Mondiale. Io posso solo dire che spero di non deludere gli italiani”. La formula è scontata e al tempo stesso obbligata: “Tante volte siamo diventati campioni senza essere i più forti. Con grande capacità di soffrire e spirito di squadra abbiamo raggiunto obiettivi importanti nella nostra storia, non devono mancare questi ingredienti”. La paura non c’è, assicura, se non nei limiti imposti dalle circostanze: “Quando fai il calciatore, le partite sono difficili soprattutto quando sai che non puoi sbagliare nulla. Noi tatticamente qualcosa abbiamo sbagliato a Bergamo e l’abbiamo pagato un po’. Da quando sono arrivato, siamo cambiati su un aspetto. Non eravamo questi, soffrivamo gli avversari che creavano occasioni da gol: su questo aspetto la squadra è migliorata. Preferisco che la squadra stia attenta e concentrata e sia meno bella: pensiamo al concreto, che è la cosa più importante”. Il prato non perfetto non lo preoccupa: “Il campo è un alibi, è uguale per noi e per loro. Secondo me può andare. Ho fatto un anno in queste vicinanze, i campi brutti li ho visti nel campionato croato con l’Hajduk, dobbiamo pensare a come sono i nostri avversari, a come si muovono, a come usano le fasce. Non al campo”.
"Barbarez? Lo apprezzo molto”
Quanto alla tattica dell’avversario, Gattuso esterna la sua ammirazione per il ct avversario Barbarez, che ha parlato di pullman in difesa, se la Bosnia dovesse segnare, e in attacco, se invece dovesse fare gol l’Italia: “Sergej Barbarez è grande giocatore di poker. Gli faccio i complimenti, lo apprezzo molto. Me lo ricordo al Bayer Leverkusen coi capelli al vento: è preparato, è una persona molto intelligente, sa entrare nel cuore dei giocatori, è un simbolo della Bosnia”. È l’occasione per chiudere ulteriormente il caso Dimarco: “Non voglio più parlare delle polemiche, siamo stati un po’ stupidi noi a farci del male da soli. Loro giocano bene, c’è grande rispetto”. Cosa potrebbe succedere al calcio italiano, in caso di mancata qualificazione, non è un argomento da allontanare, ma da affrontare solo nella malaugurata eventualità di una sconfitta: “Non è il momento e ci sono persone più qualificate per parlarne. Io posso parlare solo per me: sarebbe una delusione, una mazzata, mi dovrei assumere le mie responsabilità perché sono il ct. Pensiamo alla partita di domani”. L’esperienza all’Hajduk Spalato, nella scorsa stagione, lo ha allenato alle insidie del calcio balcanico: “Sono stato bene all’Hajduk, è un mix di giocatori forti fisicamente e tatticamente. Sono sfacciati, è gente che sa giocare, mi aspetto questo”. L’amicizia con Dzeko L’amicizia con Dzeko è una rivelazione, che le dichiarazioni del capitano della Bosnia (“non possiamo dimenticarci che l’Italia è stata la prima squadra a venire a giocare un’amichevole qui, dopo la guerra”) rafforzano: “ Da un po’ di anni con Edin abbiamo una buona amicizia, poteva anche venire a giocare nell’Hajduk. Avevo da tempo percepito il valore dell’uomo e non mi sorprendono le sue parole. Non si è smentito, complimenti per il suo spessore umano. La Bosnia gioca la sua partita, nel suo stadio, è giusto che si giochi al massimo le sue possibilità. Non è successo nulla in questa vigilia, il rispetto che abbiamo per la Bosnia è enorme. E io non ho ancora visto nella mia carriera fare gol ai tifosi, questo non mi è ancora capitato”. Locatelli, che non lo aveva soddisfatto nel primo tempo di Bergamo, non è necessariamente candidato alla sostituzione: “La sua prestazione poi è stata buona: ho cinque cambi, che sono fondamentali”. L’ottimismo del ct ha una spiegazione: “Siamo un gruppo unito, all’inizio abbiamo preso gol assurdi, alla prima difficoltà. Con Israele la partita era chiusa, abbiamo rischiato di buttarla via. La squadra unita è fondamentale, sono venuti qui Di Lorenzo e Vicario infortunati. Zaccagni non ha potuto perché doveva fare una risonanza, ma ha chiamato”. Donnarumma sereno Donnarumma è oggi il calciatore italiano di più alto profilo internazionale e uno tra i migliori portieri del mondo: è logico che gli pesi parecchio il fatto di non avere ancora giocato, a 27 anni, il torneo più importante di tutti: “Sappiamo di rappresentare tutti gli italiani, abbiamo il diritto di mettere tutto in campo. Bisogna affrontare la partita con serenità, ma essere duri. Loro andranno a 100 all’ora, ma noi non dovremmo essere da meno. Ho visto la squadra con gli occhi giusti, sono sereno”. Quale livello di importanza abbia l’appuntamento, nella sua carriera, il capitano lo spiega facilmente: “Una delle più importanti e delle più sentite. Siamo essere umani, ma bisogna sapere gestire la tensione e tenere le energie solo per domani. Se fai una partita del genere, devi dare il 100%: dopo hai l’anima pulita”.
