Torino – Ieri lo raccontavano già più sereno, dopo il trambusto emotivo di una domenica che ha faticato a mandar giù e poi a decifrare, perché lui ha piena coscienza dei limiti della squadra ma non immaginava che si manifestassero in tutta la loro evidenza in una giornata in cui non c’era certo il bisogno dell’impresa del secolo per aggiudicarsi i tre punti. Spalletti, nel discorso prepartita, aveva battuto su questo tasto: non c’è motivo di essere tesi, ma soltanto da fare quello che sappiamo.
La fragilità della Juve
Non lo hanno ascoltato, come se le sue parole non sapessero fare presa: non è la prima volta che accade, anche se mai come contro la Fiorentina la Juve è stata così fragile prima e così confusa poi. È una squadra che non appena qualcosa va storto viene immediatamente sopraffatta dall’ansia, senza che si manifesti qualcuno che si incarichi di portare la croce anche per gli altri e li tiri fuori dall’impasse emotiva o da quella che Lucio ha chiamato «prigione mentale». Qualche volta c’è riuscito Locatelli, che da questo punto di vista è cresciuto molto (ma non ancora abbastanza) e spesso l’ha fatto Yildiz, cui si dava la palla in cambio di un’idea. Ma il giovane turco sono due mesi che arranca, prima per un ginocchio che gli dava tormento e poi perché non è più riuscito a ritrovare la condizione. In ogni caso, non si può avere un leader di vent’anni. Tra i pochi con personalità spiccata ci sono Thuram e McKennie, ma il francese ha problemi fisici da settimane (difatti il suo minutaggio è precipitato) e l’americano è cotto, dopo tutto il correre che gli è toccato.
Le domande di Spalletti
Così la squadra si è squagliata e Spalletti non ha saputo ritardarne il disfacimento. Perciò domenica si è divorato dentro, perché lui è fatto così, e poi ha cominciato a interrogarsi: si è accorto che il suo lavoro per certi aspetti non ha attecchito e si sta chiedendo se potrà attecchire in futuro. Non sarà il tipo di coppa a deciderlo, quel futuro, ma la chiarezza dei piani, che non cambieranno in caso di Champions o Europa League: l’urgenza è di innervare la rosa con giocatori di personalità (i portatori di croce), ma la differenza economica (e di prestigio) tra le due competizioni, che di base è di 30 milioni, porterà alla correzione delle mire: niente Bernardo Silva, ma magari Lobotka. Verrà comunque fatto un tentativo per Salah. Poca sintonia con Comolli Alla base, c’è in ogni caso la scarsa sintonia tra Comolli e Spalletti, che preferisce confrontarsi con Elkann (il grande capo si fa sentire spesso) e con Chiellini, con il quale c’è affinità. È chiaro che ogni mossa aziendale spetterà a Elkann, dall’aumento di capitale (possibile anche in caso di Champions, che almeno lo manterrebbe più contenuto), alla gestione di Comolli stesso, che potrebbe essere depotenziato (in quel caso, nell’area tecnica ci tornerebbe Tognozzi, l’uomo che portò Yildiz) o addirittura rimosso. Spalletti ha invece la fiducia di tutte le componenti (proprietà, dirigenza, squadra, tifoseria), anche se domenica non si è visto il Lucio migliore: tra le vampe della delusione e il tentativo di proteggere la squadra, ha definito buona la stagione e puntato il dito contro il «sovraccarico di pressioni» che arrivano dall’esterno, come se per la Juve quella non fosse la normalità. Ieri la dirigenza si è presentata al completo all’allenamento. Il discorso alla squadra lo ha fatto Comolli e ogni altra questione verrà affrontata dopo il derby, come ha confermato Chiellini: «Viviamo alla giornata, ora aspettiamo di finire questo campionato». Ma nessuno immaginava di finirlo così, con l’acqua alla gola e facendo voti per le disgrazie altrui.
