Parigi se ne va di nuovo in finale ma con un altro modo di fare, segnando appena un gol (Dembélé), prendendone uno (Kane) soltanto al 94’ da una squadra, il Bayern, che in stagione ne ha fatti 175 e mostrando l’altra faccia di una medaglia lucentissima davanti e dietro, cioè lo spettacolo della difesa, anche dell’arrocco quando è stato il caso: Luis Enrique ha dimostrato che non è vero che se ne infischia di difendere e che la sua squadra non sa farlo, sono state anzi le sue mosse di contenimento a decidere la semifinale di ritorno dopo quella strabordante dell’andata, quando non c’era stato argine al talento torrenziale degli attaccanti di una formazione e dell’altra. «La cronaca della gara» Il micidiale inizio del Psg Il Psg ha colpito subito, al 3’, con un ribaltamento di millimetrica perfezione, e se è vero che la linea arretrata del Bayern si è fatta sorprendere alta (ecco un errore di Kompany: non usare fin dall’inizio Kim invece di Tah, viste le grandi doti di velocista del coreano, che a Napoli copriva trenta metri di campo da solo), nessuna roccaforte avrebbe in ogni caso resistito alla pulizia tecnica e alla visione di gioco limpida di Ruiz, Kvaratskhelia e Dembélé. Lancio, scatto, dribbling, assist, inserimento, tiro, gol: il manuale del contropiede. La tattica difensiva di Luis Enrique Sul doppio vantaggio (a quel punto, il punteggio complessivo era 6-4), il Psg ha edificato una gigantesca prestazione difensiva, non però improvvisata o suggerita dagli eventi ma studiata a tavolino: Marquinhos, teoricamente difensore centrale, ha marcato a uomo l’ala sinistra Luis Diaz in ogni angolo di campo, lo stesso ha fatto Pacho con Kane, mentre Kvaratskhelia non si è mai sottratto da un impressionante lavoro di raddoppio della marcatura su Olise (e spesso arrivava Ruiz a triplicare) e Dembélé si è spolmonato a rincorrere per ogni dove prima Pavlovic e poi Kimmich, i due registi del Bayern. La ricchezza del Psg è questa: i talenti si calano docili nel ruolo di gregario senza perdere lo slancio che li porta ad attaccare. Kvara è stato terzino implacabile e ala incontenibile, lo sarebbe per qualunque difensore e qualunque difesa al mondo, anche la più ostinata. Disattivati i detonatori del Bayern In pratica, il geniale Luis Enrique ha disattivato i tre detonatori di gioco del Bayern (il quarto, Musiala, dopo l’infortunio è la versione scolorita di sé), non ha disdegnato di fare massa davanti a Safonov né di fiondarsi in contropiede d’altri tempi che lo conducono alla finale del 30 maggio a Budapest, dove gli italiani saranno due: Calafiori nell’Arsenal e Renato Marin, portiere di riserva, nel Psg. È nato in Brasile ma cresciuto nella Roma, lasciata l’anno scorso, è azzurrino under 19 e nell’ultimo weekend ha esordito in Ligue 1. In panchina, ma ci sarà anche lui.