Milano – La musica dei Pink Floyd, e poi le voci di Freddie Mercury e Vasco: il suono dello scudetto è un sottofondo di classici tra i lumini accesi dei cellulari, e sembrano luci di cattedrale. Lo è, del resto, questo stadio che soltanto l’umana follia poteva pensare di abbattere (“Love football, not the money” si legge infatti su un muro perimetrale non banale). Lo scudetto balla da solo la sua danza quasi senza avversari, lo merita l’Inter che del gruppo è la migliore. «La cronaca della gara con il Parma»
Il lungo giorno dello scudetto
Il giorno dello scudetto è denso, lungo, un po’ lattiginoso nel pomeriggio che minaccia un tempo che va a peggiorare. A sera verrà aria fresca a portare nuvole passeggere. Quattro ore prima che la partita cominci e il campionato finisca, ci sono centinaia di persone già sedute sui muretti addentando notevoli panini salamella e crauti. Due passi tra le bancarelle propongono, tra l’altro, la sveglia ufficiale a 22 euro (per quasi tutto il primo tempo, la squadra di Chivu ne avrà bisogno), un body nerazzurro per neonato a 20 euro, magliette dall’orgoglio ereditario con la scritta “Di padre in figlio”. L’attesa è vissuta da coppie giovani, bambini, qualche anziano, gruppi che cantano e ballano, è come un villaggio, un parco oppure un borgo intriso della felicità che nasce dall’attesa. Bello.
A San Siro tifosi da tutta Italia
L’Inter sa che le basta non perdere per prendersi lo scudetto numero 21 in 108 anni di storia, e questo aggiunge un po’ di torpore alla prima parte della sera. La “Garzantina” del tifo è appesa alle gradinate, come le si chiamava nel tempo dei posti in piedi sul freddo cemento, senza i laser molesti degli sponsor e l’inquinamento acustico del dj: lo sguardo scorre su un giro d’Italia che dice Polesine, Peschici, Cuneo, Iseo, Paullo, Savona, San Marino, Altavilla, Senago, Esslingen (sta in Germania), solo per restare al bordo dell’anello centrale. Però non ci sono coreografie a tutta curva, né fuochi o canti speciali, solo il ritmare dei tamburi (dove li sente più, i tamburi?) e lo sventolio delle bandiere d’ordinanza. È come se questo campionato in fondo modesto, vinto dalla squadra più forte tra un gruppo di concorrenti senza magia, avesse scelto un epilogo coerente: l’Inter cammina verso il suo scudetto, aspetta di arrivarci addosso con inerzia, lo prende ma non lo abbraccia. Forse, la freddezza della normalità.
Un viaggio iniziato con il 5-0 al Toro
Il viaggio era cominciato a metà agosto con un 5-0 contro il Toro già devitalizzato (lo è, a dirla tutta, da una ventina d’anni, e oggi saranno 77 anni dalla tragedia di Superga, quel 4 maggio 1949), e con un altro 5-0, però per il Psg, nella memoria e nel cuore: cioè la sventurata finale di Champions del 31 maggio 2025, tra poco saranno 12 mesi. Dieci gol, cinque fatti e cinque presi, come viatico per ricominciare l’avventura che porterà l’Inter allo scudetto due stagioni dopo, ed era dal 1989 che i nerazzurri non lo festeggiavano in casa. Si trattava della squadra dei record del Trap, 58 punti presi su 68. Ora c’è Chivu al comando, contro il Parma che gli diede la prima panchina in A. E il gol dello scivolamento verso il tricolore lo segna, al Parma, un ragazzo di nome Thuram, figlio di una specie di leggenda anche del Parma. I destini non smettono di incrociarsi.
Quel vessillo su Chivu e Conte
Un vessillo in curva Nord mostra proprio il debuttante Chivu che porta a spasso al guinzaglio Antonio Conte, ritratto come un molosso addomesticato, lui che pure su quest’erba passò da vincitore. Breve è la memoria del mondo. I venditori di sciarpe offrono già in saldo quella che ha stampata la ricorrenza e i nomi di ieri, “Inter-Parma”, in tanti la porteranno a casa per ricordo e la appenderanno a qualche chiodo. Il saluto di Bobo Vieri ai suoi ex tifosi Ma è qui la festa? Durante i 90 minuti, lo è fino a un certo punto: non c’è quasi nulla di diverso rispetto ai gesti e ai suoni di una normale partita a stadio pieno. I battimani sono puntuali ma non più di tanto generosi, i nomi dei campioni d’Italia non vengono scanditi a uno a uno, come di solito in queste occasioni, e lo stesso Chivu si prende un coro personalizzato ma breve, al quale risponde agitando la mano. Nel frattempo, Bobo Vieri fa una visita pastorale tra il pubblico, ricevendo carezze e mani tese. L’ovazione per Lautaro I calciatori interisti gestiscono i minuti come devono, ma anche loro senza slanci. Non fanno niente di più e niente di meno del necessario, in fondo si tratta solo di mettere le firme a un atto notarile già scritto. L’ululato più intenso è dedicato al ritorno in campo di Lautaro, minuto 67, l’uomo in più, il ragazzo che fa squadra da solo o quasi (suo l‘assist per il raddoppio di Mkhitaryan), bloccato quest’anno troppe volte da un polpaccio noioso ma ancora in tempo per prendersi, dopo lo scudetto, possibilmente anche la Coppa Italia tra nove giorni esatti, all’Olimpico contro la Lazio. Sarebbe un colpo doppio non banale. E per qualche nerazzurro, tutto questo è forse un parziale balsamo sulle cicatrici azzurre, vale soprattutto per Bastoni (ah, quell’espulsione in Bosnia) e per Pio Esposito (ah, quel rigore), e comunque lo scudetto va a consolare anche Barella e Dimarco, due di quelli che avrebbero tanto voluto andare ai Mondiali dopo questo campionato bizzarro ma così, purtroppo, non sarà.
