MILANO – Sta per entrare nel club degli allenatori vincitori di scudetto e si porta avanti. Senza aspettare l’ufficialità dell’iscrizione al circolo, Cristian Chivu si toglie la soddisfazione di prendere bonariamente in giro i soci anziani, com’è facoltà di ogni iniziato alla confraternita: “Faccio come i miei colleghi, posso dire di essere contento di essermi avvicinato a un posto nella prossima Champions”, ha detto il 45enne romeno allenatore dell’Inter, riferendosi alla triade dei veterani che di Tricolore ne hanno vinti già diversi, ma che a sentir loro partecipano ai campionati per arrivare quarti: Max Allegri, già sei tacche sul fucile, che ha preso un Milan fuori dalle coppe e lo sta riportando in Europa; Luciano Spalletti, che lo scudetto vinto a Napoli se l’è tatuato addosso, e ha agguantato le briglie della Juventus in corsa; Antonio Conte, che la prima Serie A l’ha domata da giovane, anche più di Chivu, ma che ora da campione d’Italia in carica parla di scudetto come di “un sogno”, manco allenasse un Leicester.

Chivu e i cambi a Como

La vittoria sul Como è soprattutto merito di Chivu, che ha saputo ridestare la sua squadra da un primo tempo shock, cambiando quattro giocatori entro i primi 11 minuti della ripresa e completando una rimonta di quelle che i tifosi ricordano. Al solito, dopo la partita i complimenti se li è presi soprattutto Fabregas, per quei 45 minuti di calcio scintillante (il primo gol di Thuram è arrivato al 46’), ma il pallottoliere dice che in due gare di campionato l’Inter al Como ha fatto otto gol, subendone due.

Dal filosofo al pragmatico

Cristian il pratico ha preso il posto di Cristian il filosofo. A inizio stagione, quando doveva rialzare i suoi giocatori dal crollo nella finale di Champions contro il Psg, nelle dichiarazioni volava altissimo. Alle sue massime anteponeva una premessa spallettiana: “Nel calcio, come nella vita…”. E in qualche modo quell’approccio esistenziale deve avere funzionato, se l’Inter oggi è lì a fare i conti dei punti che mancano allo scudetto.

Ma nel corso della stagione il tecnico interista ha accantonato il manuale di filosofia morale e ha preso in mano la clava, adeguando il proprio armamento a quello dei contendenti. L’iniziale promessa “non parlerò di arbitri” se l’è rimangiata dopo il pasticcio Bastoni-Kalulu: non solo ha difeso Bastoni e sgridato Kalulu per non saper (a suo dire) tenere le mani a posto, ma ne ha approfittato per polemizzare su arbitraggi antichi, dalla trasferta di Napoli in giù.

Ritorno allo spirito da giocatore

Il Chivu di giugno 2025 e quello di aprile 2026 si somigliano poco, ma entrambi hanno contribuito a portare l’Inter dov’è. Dalla prima stagione da allenatore in Serie A – i mesi a Parma sono stati un utile stage – Chivu esce molto più simile a com’era da giocatore, sicuramente più riconoscibile. Quello con l’elmetto. Quello che fa incazzare gli attaccanti avversari. È probabile che Marotta, dopo la vittoria a Como, abbia pensato che tutto sommato, se Fabregas ha scelto di non venire all’Inter la scorsa estate, non è poi un dramma. Anzi. Ma è lecito aspettarsi che lo stesso Marotta, presidente dell’Inter per conto di un fondo di investimento, nella prossima stagione da Chivu pretenda di più, soprattutto nel percorso in Champions League, che porta soldi.

Ed è per questo che le vecchie volpi della panchina indicano la qualificazione al torneo come obiettivo: nascondere le ambizioni, certo: non c’è niente di più italiano; ma al tempo stesso, e soprattutto, rassicurare le proprietà. Meglio capirlo subito, al di là delle battute. E se una volta “centrato l’obiettivo Champions” eviti di uscire col Bodo Glimt, tanto meglio. Ma per questo, c’è tempo. Una cosa alla volta.