Il bubbone oramai è scoppiato e non saranno l’unguento della Champions o il sale sulle ferite dell’Europa League a cambiare i giorni della Juventus. La sconfitta contro la Fiorentina ha tolto il velo su tutte le contraddizioni interne che sparpagliano l’unità bianconera e da lunedì, dopo il derby col Toro che chiuderà la stagione, nulla sarà come prima, che venga agguantato per la coda il quarto posto oppure no: già la settimana prossima Elkann dovrà mettere mano all’organigramma juventino, perché sa che tra Spalletti e Comolli ne potrà restare soltanto uno o al massimo, se il lavorio diplomatico otterrà qualche risultato, i due dovranno stare il più lontano possibile uno dall’altro. Non che allenatore e ad litighino o abbiano litigato, no. Semplicemente, si ignorano. In particolare è Lucio a non volere confronti tecnici con il dirigente più alto in grado (come interfaccia preferisce Chiellini), mentre Comolli ha esposto pubblicamente il suo appoggio all’ex ct, mossa astuta perché s’è reso conto che Spalletti, oggi come oggi (un po’ meno da domenica, ma vabbè), raccoglie attorno a sé consensi che sfiorano l’unanimità. Lui invece proprio no. Le tre opzioni Lo scenario è dunque abbastanza chiaro ed Elkann ne è stato messo al corrente con relazioni molto dettagliate. Toccherà a lui scegliere una delle tre opzioni possibili: silurare Comolli un anno dopo Giuntoli, tenerlo e lasciare insoddisfatto Spalletti, fino a rischiare di spingerlo alle dimissioni, oppure tentare una mediazione, togliendo al dirigente le deleghe tecniche e operando un rimpasto dirigenziale. Spalletti ha più forza, è chiaro: la forza del consenso.

L’ombra di Conte

Negli ultimi giorni su di lui si è però allungata l’ombra di Conte, che ha fatto circolare la sua decisione di lasciare Napoli proprio mentre a Torino si cominciava a sentire puzza di bruciato: ora anche alla Juve sanno che l’ex capitano, che con Chiellini è rimasto in ottimi rapporti, sarebbe finalmente disponibile per un ritorno che di estate in estate è sempre stato una chimera. Ci sarebbe, insomma, un’alternativa affidabile a un eventuale addio di Spalletti, anche se Conte è pure nella ristrettissima lista dei candidati alla Nazionale. Per tempismo, la sua exit strategy di Antonio è stata perfetta e ha tolto a Lucio un po’ di capacità di influenza. Sia come sia, la Juventus è destinata a un’altra profonda ristrutturazione, se non addirittura a una rivoluzione, in coerenza con l’instabilità che regna dal 2022, quando le inchieste giudiziarie portarono all’addio di Agnelli, Nedved e Paratici, la cui gestione tecnica e finanziaria aveva in ogni caso aperto voragini sia nei conti sia nella competitività della squadra. Dopo l’interregno di Calvo e il biennio di Giuntoli oggi al comando c’è Comolli, che è però un dirigente isolato che ha faticato (anzi, non ci è riuscito) a entrare in sintonia con l’ambiente, a ogni livello, così come gli uomini scelti da lui, a cominciare dal dt Modesto. La filosofia dei dati non ha attecchito e soprattutto non ha convinto nessuno, i disastri sul mercato ne hanno minato la credibilità (definì Openda «il giocatore perfetto per noi»), la scelta di confermare Tudor è stata infelice e i rapporti con entrambi gli allenatori non hanno funzionato, anche per ragioni molto pratiche: Tudor aveva chiesto solo un centrocampista, Spalletti solo un centravanti e non è mai arrivato né uno né l’altro. Inoltre, Comolli si è affidato a un’agenzia di scouting esterna, quasi un’eresia per un club come la Juve. C’era invece la possibilità di far tornare Tognozzi, lo scopritore di Yildiz e Hujisen oggi al Rio Ave, ma il francese l’ha bocciata. Tognozzi potrebbe tornare adesso, è nome molto gradito sia a Chiellini sia a Spalletti, ma la Roma gli offre un ruolo più prestigioso.