FIRENZE – La missione di Rino Gattuso, riportare l’Italia al Mondiale dopo 12 anni, tecnicamente non è un’impresa. Bisogna battere giovedì a Bergamo l’Irlanda del Nord, numero 69 della classifica Fifa, nella semifinale dei play-off. E poi, nello spareggio del 31 marzo, vincere a Cardiff in casa del Galles, numero 35, oppure a Zenica con la Bosnia, numero 71. Infatti lui non ammanta l’operazione di iperboli incongrue, né si abbandona alla retorica della patria che chiama: i contestatori della partita di Chisinau a novembre, che il ct aveva stigmatizzato con successiva rampogna del presidente del Senato La Russa («Mai dire vergogna a chi fischia»), ieri si sono presentati per la “riappacificazione” ai cancelli di Coverciano con la strofa dell’inno di Mameli (“siam pronti alla morte”) su uno striscione. Cercavano visibilità e legittimazione, la Figc li ha respinti con l’avallo della Digos. Il realismo di Gattuso Gattuso sa che non è il tempo delle frasi a effetto. Si limita al realismo: «I nostri giocatori non sono degli scappati di casa, c’è chi ha fatto finali di Champions e chi ha vinto l’Europeo. I successi degli altri sport? Non sono geloso ma fiero di vedere il nostro Paese vincere in tante discipline. Ai miei non devo ricordare l’importanza dell’appuntamento, semmai solo la grandissima occasione. Il mio compito è dare serenità, senza fare dieci sedute tattiche al video. E senza pensare al passato: né alle grandi vittorie né a quello che non si è potuto fare o agli infortunati, li hanno anche gli altri. Non voglio alibi. Conta il presente». Però la Nazionale, che non ha ottenuto uno stage nei quattro mesi di pausa, resta sospesa tra i suoi opposti. Da un lato ci sono i 4 titoli mondiali e i 2 europei. Dall’altro le eliminazioni contro Svezia (2017) e Macedonia del Nord (2022). Tredicesima nel ranking Fifa e testa di serie di questi play-off, deve giocare paradossalmente in trasferta l’eventuale finale. Ma lamentarsi non serve. Così Gattuso punta sul gruppo, e non è uno stereotipo: «Se qui non ci sono giocatori che lo potevano meritare, come Zaniolo, Bernardeschi e Fagioli, è perché ho preferito affidarmi a chi in questi mesi mi ha dato grandi risposte sull’attaccamento alla Nazionale».
I giocatori
Non vincono più i club, questa è la novità. Chi ha un dolorino non mette più l’Italia dietro l’interesse di chi gli paga lo stipendio. Bastoni, Tonali, Calafiori, Mancini si curano per provare a essere in campo a Bergamo, Politano ha guardato da fuori le partitine dei compagni per precauzione, Scamacca si aggrappa a una speranza: «Chapeau a Bastoni e a tutti gli altri. Da questo punto di vista l’abbiamo sfangata». La squadra l’hanno unita anche le famose cene e le 380 partite viste di persona dal ct e dal suo staff, le visite e le telefonate ai giocatori in tutta Europa con la digressione araba per Retegui e i dialoghi ad personam, perché l’autostima nel calcio va e viene, vedi le uscite precoci dalla Champions e le botte sul morale degli interisti. Il ct ha perfino fatto ripetizioni di psicologia: «Dovevo entrare nelle teste dei ragazzi, essere credibile. Da Barella tutti si aspettano il massimo e me lo aspetto anch’io». Trasmesso il messaggio alla squadra, ora deve lavorare sulla fragilità in campo alle prime difficoltà: «L’Irlanda del Nord va rispettata, corre tanto ed è forte sui calci piazzati». Tecnicamente non sarà un’impresa. Ma se Gattuso non la centra, è un bel guaio per tutto il calcio italiano.
