Per quasi vent'anni Florentino Pérez ha governato il Real Madrid, "il miglior club al mondo", senza opposizione reale, senza campagne elettorali degne di questo nome, spesso senza nemmeno il bisogno di doversi spiegare perché presentarsi alle elezioni per la Casa Blanca è più difficile che vincerle. Non sono in molti, infatti, a poter combinare due dei sette requisiti per potersi candidare: potersi permettere di presentare una fideiussione da 200 milioni di euro circa e avere un'antichità di 20 anni ininterrotti come socio.

In un contesto del genere, in tutti questi anni di egemonia, i risultati, i trofei e la forza economica del club hanno a lungo reso superflua qualsiasi forma di contraddittorio. Fino a ieri: Don Florentino, infatti, ha avvertito che negli ultimi mesi qualcosa si è incrinato, che la parte dell'opinione pubblica madridista a lui ostile è sempre più grande. Ed è per questa ragione che, per la prima volta dopo molto tempo (quella di ieri era la prima conferenza stampa dell'ultimo decennio), il presidente madridista ha percepito la necessità di esporsi in prima persona, convocare la stampa, rilanciare la propria leadership e trasformare una fase di debolezza in una nuova investitura: prima personale e privata, poi pubblica.

Non una semplice conferenza stampa, insomma, ma una risposta del potere a chi osa metterlo in discussione: "Voglio parlare di tutti quelli che fanno campagna nell'ombra. Invito chiunque voglia presentarsi a farlo. Io mi presenterò per difendere gli interessi dei soci del Real Madrid. Non mi intimidiscono. Mi danno energia. I proprietari del Madrid sono i soci. Se qualcuno vuole candidarsi, che non bluffi: si presenti e dica come intende finanziare la propria candidatura". E così è arrivato l'annuncio di nuove elezioni e ricandidatura immediata: "Mi dispiace dirvi che non mi dimetterò. Ho chiesto alla giunta elettorale di avviare il processo per indire le elezioni alle quali ci ripresenteremo". Parole che mettono insieme concetti come sfida, continuità e controllo. Pérez non arretra: al contrario, prova a trasformare la crisi in un nuovo plebiscito a meno di un anno e mezzo dall'ultima investitura, la settima, arrivata nel gennaio del 2025. Stagione senza titoli, la rissa Valverde-Tchouameni La crisi, suo malgrado, esiste ed è profonda. Il Real Madrid arriva da una stagione senza titoli, con tensioni interne culminate nella rissa tra Federico Valverde e Aurelien Tchouaméni, un episodio che ha indebolito ulteriormente l’immagine di ordine e superiorità che il club ama proiettare nel mondo. Anche su questo punto, il presidente galáctico non si è sforzato di negare l'evidenza, ma si è dedicato a ridimensionare quanto successo: "Non è stata una bella cosa, ma quel che è peggio è che sia uscita dallo spogliatoio. Sono arrivato qui 26 anni fa e non c'è stato un solo anno senza che due giocatori, o quattro, si picchiassero... Succede sin dalle giovanili: uno dà un calcio, l’altro risponde e poi tornano amici. Ma questa volta hanno voluto tirarlo fuori per dire che il Real Madrid è nel caos".

"Se vogliono cacciarmi dovranno farlo a fucilate”

E già, perché il tema principale della sua invettiva riguarda proprio i giochi di potere che, a suo modo di vedere, vorrebbero farlo fuori: "Se mi vogliono cacciare, dovranno farlo a fucilate". Pérez ritiene, infatti, che attorno al club si sia consolidato un blocco ostile formato da oppositori interni, media critici e commentatori mai affini al suo modello di gestione. E questo non può davvero tollerarlo. Sotto questo aspetto, le elezioni diventano una sfida non tanto a un improbabile candidato oppositore, quanto all'intera opinione pubblica ostile. Da anni, nel lessico del florentinismo, figure del genere vengono liquidate, per sua stessa ammissione, con soprannomi sprezzanti: dagli "intellettuali del regime" a "quelli del maggio del '68". Espressioni che raccontano bene il disprezzo destrorso verso una parte dell'establishment mediatico accusato di avere come missione quella di contestare chi comanda. Come se non dovesse essere proprio così: "Mi presento alle elezioni perché ci sono settori che hanno voluto appropriarsi del club e dire che il Real Madrid è un caos. Settori che non vogliono che il Real Madrid continui a essere dei suoi soci". La gestione di Perez Quest'ultima è una dichiarazione cruciale, perché sposta il confronto dai risultati - pessimi - al modello istituzionale. Pérez si propone ancora una volta come difensore della proprietà popolare del club, nonostante sia il più chiaro esempio di uomo solo al comando e, proprio per questo, i suoi detrattori gli contestano da tempo una gestione sempre più personalistica e centralizzata del club merengue: "Si è creata una situazione assurda contro il Real Madrid e contro di me. Non si vince sempre! Ma noi non lo accettiamo. Alcuni dicono: dov’è Florentino? Siccome non parlo, dicono che sono malato, che ho un cancro terminale. Approfitto per tranquillizzare chi si preoccupa: continuo a guidare sia il club che la mia azienda, che fattura 50 miliardi all'anno. La mia salute è perfetta. E sono il primo a voler vincere tutto. Con me presidente abbiamo vinto 37 titoli nel calcio e 29 nel basket e i soci del Real sono con me, nella mia guerra contro Negreira e tutto il resto. Ho vinto sette Champions e sette campionati di Liga ma ne avrei potuti vincere quattordici se non me li avessero rubati".

È qui che il discorso di Florentino diventa qualcosa di più di una difesa personale. È una restaurazione narrativa: il Real Madrid come fortezza assediata, lui come ultimo garante dell’ordine, gli avversari come cospiratori, i critici come élite ostili. Dentro questa offensiva non c'è, paradossalmente spazio per il dibattito sportivo: "Non sono qui per parlare di questo, ma per difendere i soci madridisti". Eppure la stagione senza trofei ha aperto inevitabilmente il dibattito sul futuro tecnico del Real Madrid e Florentino sa bene che il prossimo allenatore sarà parte integrante della sua nuova investitura politica.

Voglia di Mourinho

Per questo nelle ultime settimane sono circolati diversi nomi, tutti con significati profondi. Il primo e più importante è quello di José Mourinho, figura divisiva ma ancora amatissima da una parte del madridismo per il suo carattere identitario e conflittuale: "Mou? Non mi sarei mai aspettato questa domanda...", ha ammesso ironicamente Perez, uno che lo Special One lo riporterebbe a Madrid anche oggi stesso. Il tecnico portoghese, però, ha la memoria lunga e ha posto due condizioni per un eventuale ritorno: avere potere decisionale in fase di calciomercato e che vengano rispettate le gerarchie interne della struttura sportiva. In altre parole, Mourinho accetterebbe il Real soltanto con un margine di potere reale, non come semplice gestore. I tifosi sognano Klopp Il profilo che, però, nell’immaginario del tifo e anche nelle valutazioni dell'ambiente che ruota attorno al club resta il più desiderato è quello di Jürgen Klopp. È lui il nome che più di tutti accende l'idea di un nuovo ciclo vincente, per carisma, intensità e capacità di costruire progetti vincenti. All’interno dei dibattiti da bar o da talk show, l'ex tecnico tedesco del Liverpool, è considerato il favorito "naturale" della gente, quello che meglio rappresenterebbe un cambio di passo netto rispetto alla stagione appena conclusa. L'unico in grado di poter far tremare le gambe al Barcellona di Hansi Flick. Il problema, però, è evidente: arrivare a Klopp non è semplice, non tanto per costi quanto per tempistiche e opportunità.

Nella lista anche tre ct

Subito dietro si apre il gruppo delle alternative, che include Didier Deschamps, Lionel Scaloni e Mauricio Pochettino. Tre profili molto diversi tra loro, ma accomunati da un elemento decisivo, in negativo: tutti sono attualmente legati al percorso delle rispettive nazionali al Mondiale che ne condizionano la disponibilità immediata. Ed è proprio questo il nodo centrale. Il Real Madrid, per filosofia storica e per struttura decisionale, non è un club che ama aspettare. Non è un ambiente disposto a rinviare la pianificazione della nuova stagione fino a metà luglio in funzione di una variabile esterna al club. Per questo motivo, al di là dei nomi e delle suggestioni, il tema vero è il tempo. Il Real Madrid vuole un allenatore che sia una prima scelta immediatamente operativa, non un'opzione subordinata ai calendari di altre istituzioni o competizioni. La costruzione del nuovo ciclo, nelle intenzioni della dirigenza, deve partire subito, senza fasi di attesa o soluzioni temporanee, perché nel lessico madridista la programmazione e le ambizioni vanno di pari passo. Quello che è certo è che la scelta dell'allenatore non è separabile dal discorso politico aperto da Florentino Pérez: non si tratta soltanto di individuare un allenatore, ma di definire quale narrazione - tecnica o politica? - accompagnerà il nuovo ciclo del Real Madrid. E quindi: meglio il rock'n'roll di Klopp o la vita in trincea di Mou?