L’unica certezza del nostro calcio è che l’Italia non va mai ai Mondiali, ma per il resto tutto può accadere, e infatti accade. Il blocco delle cinque partite per la Champions, tra cui il famigerato derby di Roma, scivola a lunedì sera, saranno contenti i parrucchieri che quel giorno non lavorano, però quasi tutti gli altri no: non sarà facilissimo organizzare trasferte e spostamenti. Peggio per quella parte residuale del calcio, quel fastidioso orpello che si chiama pubblico.

Che domenica ci fosse la finale degli Internazionali di tennis non è una notizia a sorpresa, ma il calendario della serie A ne è sconvolto come se lo fosse. Per non dire del Viminale, che di fatto si dichiara incapace di gestire l’ordine pubblico in due eventi che si svolgono a distanza di cinque ore, e uno dei quali, senza offesa per il tennis, riguarda 15mila persone (civili e tranquille, mica ultrà), non 70mila assatanati. La resa è dunque preventiva e senza condizioni. “Mai più un derby in notturna” si sentì dire la primavera scorsa, dopo l’ennesima battaglia campale nella sfida di ritorno tra Roma e Lazio. Difatti, ecco il derby il lunedì sera come ai tempi del film su Rai1 (per lunedì suggeriremmo “Gli spostati”). Era l’epoca in cui la tivù teneva gli italiani in salotto, però anche questo spostamento proditorio ha l’aria di una decisione televisiva, da anni sono loro i veri padroni del calcio. Eppure, nemmeno il sacrificio della sicurezza basta. Se almeno si decidesse per tempo, con calma e senza sovrapposizioni: così, invece, è schizofrenia pura. È debolezza, è paura delle cose ingovernabili: tipico di chi non sa governare.