Che pomeriggio strano, tutto è detto e non detto, quasi tutto è fatto ma non ancora, perché qui tutto sfuma nell’ombra, tutto si capisce e non si capisce. L’Inter sta per vincere la partita in casa del Toro e invece no. È tranquilla, ma magari no. È pulita. È pulita? Tutto è sospeso, nel senso che penzola per aria e nel senso che non è definitivo, e neanche definito. Manda avanti il presidente, l’Inter: Beppe Marotta parla in tivù prima della gara. Sono le prime parole nerazzurre dopo la notizia enorme, o forse solo grande o magari media, chissà. «Noi apprendiamo tutto dalla stampa, queste dichiarazioni ci meravigliano, noi non abbiamo arbitri graditi o non graditi. Sappiamo di aver agito nella massima correttezza, e questo è il dato più importante che deve tranquillizzare tutti. Non lo dico per lamentarmi, però nella scorsa stagione abbiamo avuto decisioni avverse anche eclatanti. Ad esempio il rigore di Inter-Roma. Noi stiamo pensando a questa partita e a questo scudetto che vogliamo e che meritiamo. Sono tranquillo, perché siamo estranei e lo saremo in futuro». Punti fermi, per l’Inter, però le virgole sono di più, per non parlare delle parentesi, tutte aperte al momento, e dei puntini di sospensione. Dei punti interrogativi non parliamone neanche. Dopo il pareggio che sembrava una vittoria, nel giorno che vorrebbe sembrare normale e non può, l’allenatore Chivu si sottrae com’è ovvio al vortice: «Io parlo solo di calcio, sono pagato per questo». I soliti sospetti Chissà se l’Internazionale di Milano avrà mai vissuto un giorno del genere. Forse no. Insieme alla Juventus, oltre ad essere la più vincente è anche la più sospettata da sempre, perché successi e potere trascinano dubbi, sottintesi, invidie, dicerie, malignità. Beppe Marotta lo sa bene, anche perché prima era alla Juve e adesso è all’Inter. Prima, gli erano toccati i “meme” di dileggio bianconero, adesso è un tornado di battute nerazzurre, elaborazioni grafiche, vignette e prese in giro di ogni genere, anche se nel web impazza soprattutto la domanda più seria e inquietante per i tifosi dell’Inter: cosa rischia, o rischierebbe, il club? E poi gli altri quesiti pesanti, in ordine sparso. Chi avrebbe chiesto a Rocchi gli arbitri graditi? Chi avrebbe ottenuto di evitare quelli sgraditi? Ma, soprattutto: chi avrebbe incontrato il designatore? Dove? Quante volte? Il paradosso dell’Inter che non è indagata L’Inter non è indagata, ma vive un paradosso enorme: avere sgominato ogni avversario sul campo, con lo scudetto ormai lì a 3 punti e a una manciata di giorni, e vedersi arrivare addosso il nemico invisibile, il signore delle tenebre, il dominatore dell’ombra. C’è all’orizzonte la possibile doppietta, campionato più Coppa Italia, ovvero i due terzi dell’inarrivabile tris di Mourinho, ma oltre l’orizzonte cosa c’è? Grande è lo sconcerto, non meno grande è l’imbarazzo. Ogni gesto, prima, durante e dopo Torino-Inter lo ha reso evidente. Lo stadio era quasi tutto nerazzurro, si sa che i granata ce l’hanno con Cairo e disertano, stanno fuori, sul piazzale di fronte alla gloriosa curva Maratona dove attenderanno pure lo scorrere dell’ora che il 16 maggio celebrerà i 50 anni dello scudetto di Pulici e Graziani. I cori, dunque, tutti per l’Inter che segna una volta, poi due, quindi si assopisce perché la sua vita ormai è una continua metafora, un cupo destino: fare cose che non finiscono. Così il Toro accorcia le distanze e addirittura pareggia. Con un rigore. Con un rigore concesso dal Var e dall’ultimo arbitro designato da Rocchi, prima che il soffitto si sbriciolasse e cominciasse a venire giù. Chi ci sarà stato, stavolta, in sala Var? Chi, dietro quel vetro fumè come nei tinelli degli anni Settanta? Bei tempi, quelli. Al massimo, si urlava arbitro cornuto.