LONDRA - Siamo a Epsom, 20 chilometri a sud di Londra, e Roberto Di Matteo è amareggiato per aver perso la semifinale del World Legends Padel Tour 2026 insieme a Jimmy Floyd Hasselbaink e contro Shevchenko e John Terry. “Insieme a queste altre vecchie glorie, vivo ancora a Cobham”, villaggio a sud di Londra dove c’è il campo di allenamento del Chelsea, che l’ex centrocampista italiano nato in Svizzera ha allenato nel 2012, per soli 8 mesi, vincendo una FA Cup e una clamorosa Champions League. Di Matteo, a 55 anni, le manca il calcio? “Sono sposato con Zoe, abbiamo tre figli, adoro giocare a padel e poi ho diversi ruoli dietro le quinte. Ho terminato il mio rapporto in Corea del Sud, con i Jeonbuk Hyundai Motors, che poi hanno vinto il campionato e coppa. Ora sono consulente dell’amministratore delegato del Zurigo (insieme a Donadoni, ndr), qualcosina per la Fifa e sono ambasciatore del Chelsea…”.

Questo Chelsea però pare una squadra un po’ folle, tre allenatori solo in questa stagione, contratti di 8-9 anni a giovani calciatori. Che motivazione possono avere? “Capisco il punto, ma la cultura americana è diversa e mi pare anche un’operazione intelligente: comunque leghi giovani e talentuosi calciatori per molti anni e risparmi spese per gli agenti a ogni rinnovo. In generale, però, questo calcio è sempre più insostenibile: le spese superano costantemente gli introiti, bisogna mettere un tetto a stipendi e commissioni sui trasferimenti”. Maresca e il Chelsea hanno rotto poco dopo la vittoria del Mondiale per club e della Conference. Si è rivisto nella sua stessa situazione, licenziato a pochi mesi dalla vittoria di Champions e FA Cup? “Ogni allenatore sa di essere precario. Enzo ha fatto un gran bel lavoro. E poi il Chelsea, con questa instabilità produttiva, ha vinto tutto negli ultimi anni…”. Il suo Chelsea vinse la Champions anche grazie a una grande solidità difensiva e ripartenze in contropiede: è quello che deve riscoprire la nazionale italiana? “La gente si focalizza solo sulle ultime due partite, la finale contro il Bayern e il ritorno della semifinale contro il Barcellona in 10, ma agli ottavi contro il Napoli abbiamo vinto 4-1, col Benfica abbiamo dominato… quindi altro che contropiede… ma certo che quel Chelsea era basato su un blocco difensivo molto forte. Credo che l’Italia debba ricostruire tutto il sistema e lavorare soprattutto sui giovani”. Come? “Farli giocare a livello locale, mentre oggi le famiglie sono costrette a pagare molti soldi per dare una opportunità ai propri figli. Così il calcio diventa uno sport di élite. Per non parlare di molte squadre in Serie A che fanno giocare solo stranieri, mentre paradossalmente allenatori come Luis Enrique, che concentra moltissimi giocatori intorno alla palla, non sono capiti e vanno via... o come Roberto De Zerbi, pure lui ora all’estero, l’unico che costruisce da dietro centralmente, e non per vie laterali. Ci vogliono riforme serie, e servivano già dal primo mondiale dal quale gli azzurri erano stati esclusi 8 anni fa. Sono incredulo che ci vogliano leggi in Italia per far giocare i ragazzi del vivaio. Io quando allenavo in Germania, c’erano almeno due della primavera tra i titolari, e nel mio Schalke avevamo gente come Sanè, Goretka, Matip, tutti giovanissimi… In più, oggi il calcio soffre anche la concorrenza di altri sport, come il tennis, che sono sempre più attraenti”. Le manca fare l’allenatore? “Mi piacerebbe molto allenare dei ragazzi, lavorare in campo, sulle cose tecniche… ma oggi il ruolo dell’allenatore è diventato molto complesso: almeno tre conferenze stampa a settimana, gestione e coordinamento continuo con il dipartimento “analyst”, quello “media” e poi quello medico e fitness. Già quando allenavo io, per una partita eravamo 30 persone tra calciatori e staff tecnico, più altre 30 di altri settori. A me piaceva fare l’allenatore, magari lo farò per un altro anno o due, però non so…”.