Quando l’Inter ha segnato il gol decisivo per lo scudetto della stagione 2025-2026, il ventunesimo per il club nerazzurro fondato nel 1908, al Ristorante Orologio di Milano, le telecamere hanno inquadrato il presidente del team, Beppe Marotta. Per tradizione ha accanto il vicepresidente Javier Zanetti, capitano del triplete di José Mourinho, e il direttore sportivo Piero Ausilio, tifosi in estasi e i Vip della tribuna a tornare ragazzi felici, scordando bilanci e consigli di amministrazione.
Abbracci, pacche sulla schiena, eppure sul volto di Marotta, oltre il sorriso, apparivano attesa e distacco. Come se l’ex liceale del classico Cairoli, a Varese, fosse consapevole della massima di Sun Tzu, stratega cinese del IV secolo avanti Cristo, “Mai essere dove il nemico pensa che tu sia”, o del malinconico giudizio del Duca di Wellington, capace di sgominare Napoleone a Waterloo, ma conscio di come Vittoria e Sconfitta siano effimere, guerra, pace, sport. I trionfi e gli attriti alla Juventus, l’arrivo all’Inter, con due proprietà internazionali, dalla Suning cinese a Oaktree Usa, le polemiche per gli scudetti mancati d’un soffio da Simone Inzaghi, battuto da Milan e Napoli, 2022 e 2025, l’epica della semifinale Champions con l’arrogante Barcellona, piegato 7 a 6 in due match che YouTube ripropone con l’enfasi dell’impresa di Mou, in dieci, al Camp Nou 2010, rendono Beppe Marotta consapevole che scudetto e finale di Coppa Italia sono gioie passeggere, da domani sarà fatica in ufficio, veleni per le inchieste arbitri e Var, polemiche per gli ultras coatti, piagnistei sulla campagna acquisti che i fratelli bauscia, Milano e nel mondo, mai riterranno all’altezza delle loro illusioni.
Ogni interista conserva, nascoste nel telefono con imbarazzo, le chat del 13 settembre 2025, quando al 91’, zona Cesarini si diceva nel secolo scorso, il centrocampista del Montenegro Vasilije Adžić segna per la Juventus il finale 4 a 3. La squadra allenata da Tudor esulta e su WhatsApp, grandi firme sussiegose e tiratardi del Bar Sport lagnano in coro “Non arriveremo in Champions…Chivu è un incapace…chi sono Luis Henrique e Andy Diouf…se va bene ci piazziamo quinti…”. Poco dopo Tudor viene esonerato, l’esordiente nel grande calcio Cristian Chivu prende il volo, con buoni risultati anche in Champions, fino allo stop brusco con il Bodo, aprendosi la chance di superare Inzaghi e l’arcigno Antonio Conte, scudetto all’esordio e finale di Coppa.
I fratelli bauscia celebrano in fretta e aguzzano i mugugni per settembre, “Chi si compra adesso?”, dimenticando ingrati la tenuta di Calhanoglu, gioie e dolori di Bastoni e Barella, tra azzurro e nerazzurro, i cross del ragazzo di Porta Romana Dimarco, la garra di Pio Esposito, la generosità di Dumfries, l’aplomb di Carlos Augusto, Zielinski, Sucic, la classe inespressa di Frattesi e passione, rabbia, impegno, senza mai un sorriso, del capitano Lautaro Martinez, campione in lotta contro il Destino. Per non dire dei conti, finalmente a posto, sotto l’occhio di Katherine Ralph. Il primo passo verso la terza stella allieta Beppe Marotta, senza scioglierne la maschera da Amleto lombardo. Scendendo nei cunicoli social di Reddit vi imbattete in personaggi come ZealousGoat, juventino Usa doc, che rimpiange Marotta a Torino e ne invoca il ritorno, in dialogo con Khety_Nebou_2, interista Usa doc, felice del manager a Milano. La conversazione dovrebbe rimbalzare sui nostri giornali sportivi, perché racconta con semplicità le virtù del presidente Marotta, dagli esordi ragazzino a Varese, fino a Monza, Como, Venezia, Atalanta, Sampdoria e gli scudetti. Lo stile non cambia, oggi è gloria, domani lavoro, la festa dura 90’ più recupero, injury time, tempo degli infortuni dicono in America. Per la prima stella l’Inter dovette battersi per 58 anni, per la seconda ne servirono 44, se il progresso proseguisse lo scudetto numero 30 potrebbe arrivare nel 2054, migliorando la media prima. L’unico club mai retrocesso in Serie B, con le Coppe del triplete in sede, traguardo mancato da Real Madrid e Milan, malgrado una ventina di Champions vinte, dovrebbe passare una “Bella estate”, titolo del vecchio Cesare Pavese. Invece Instagram trasuderà livore contro “Marotta League”, montaggi di Var, ubique carte di tribunale, veleni distillati malgrado due scudetti ceduti sul filo di lana e questo vinto, doppiando coach veterani. Cristian Chivu può godersi il successo sugli scettici dei talk tv, quelli di “Meglio Fabregas!”, “In panchina uno con una manciata di partite in A?”, raggiungendo Conte, Capello, Liedholm, Ancelotti e altre leggende nel club nobile di chi ha vinto lo scudetto con la stessa maglia, in campo e da allenatore. Purtroppo, il secolo petulante di TikTok ha perduto gli sfottò bonari, le battute del sabato fra Rocco ed Herrera, Milan-Inter anni Sessanta. Sia politica, cultura o pallone dobbiamo tutti odiarci online 24 ore al giorno, fare degli altri nemici efferati, sminuirne i successi a opera del Demonio, altro che sentirsi “Fratelli del Mondo”, la perduta utopia dei fondatori di Inter 1908. Beppe Marotta, da Varese, lo sa e per questo il sorriso per il titolo N. 21 è fugace. Una folla agguerrita di fantasmi, digitali e no, si frappone già fra lui e il titolo 22 e tocca attrezzarsi.
