Prima di diventare il Becca, numero 10 dell’Inter e fantasista amato da San Siro, era stato un ragazzino dell’oratorio di San Polo: “Facevo gol a grappoli, avevo sempre la mia bici Graziella piegata nell’auto di mio padre e nel cuore, il sogno enorme di giocare su un campo a undici”, diceva di sé Evaristo Beccalossi, morto oggi a Brescia a 69 anni, era nato lì il 12 maggio 1956.

Beccalossi, il mancino che nacque destro

Il paradosso racconta già il personaggio: Beccalossi era nato destro, ma da bambino passava ore a tirare di sinistro contro il muro del garage. Così si costruì da solo le movenze del mancino. Tecnico, imprevedibile, discontinuo, capace di accendere una partita con un dribbling o un assist. Non a caso Gianni Brera lo battezzò “Dribblossi”. I compagni scherzavano: con lui, a seconda della giornata, si giocava “in dieci o in dodici”.

Milano, paura e meraviglia

All’Inter arrivò nel 1978 dal Brescia. Milano gli sembrava troppo grande, il numero 10 quasi un peso: lo avevano portato Suarez e Corso, e lui si sentiva un provinciale finito all’improvviso alla Scala del calcio. Invece diventò uno dei simboli più affettuosi del popolo nerazzurro. In sei stagioni mise insieme 216 presenze e 37 gol, vincendo lo scudetto 1979-80 e la Coppa Italia 1981-82.

Il derby dell’insistenza

La sua partita-mito resta il derby del 28 ottobre 1979: Inter-Milan 2-0, doppietta di Beccalossi su un campo pesantissimo. Da lì nasce la frase entrata nella leggenda: “Sono Evaristo, scusa se insisto”. Lui diceva di non averla mai pronunciata davvero ad Albertosi, ma gli era stata attribuita e, con il sorriso, aveva deciso di tenersela.

Genio, rigori e teatro

Beccalossi è rimasto anche per le cadute, raccontate con tenerezza. Il 15 settembre 1982, in Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava, sbagliò due rigori nella stessa partita. Paolo Rossi trasformò quell’episodio in un celebre monologo: lo stadio che guarda Evaristo, ed Evaristo che guarda lo stadio. Una scena comica e malinconica, perfetta per raccontare un calciatore che sembrava nato per il teatro del pallone.

Il pallone che giocava con lui

Dopo l’Inter passarono Sampdoria, Monza, il ritorno a Brescia, Barletta, Pordenone e Breno. Poi la tv, i ruoli dirigenziali, la Nazionale giovanile, il libro La mia vita da numero 10. Ma nell’immaginario resta soprattutto il fantasista sregolato, romantico, imperfetto. Peppino Prisco lo diceva meglio di tutti: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui”.