MILANO – “Evaristo era un grande, come calciatore e come uomo. Era una stella, in una stagione irripetibile del calcio italiano, fatta di fantasisti, personalità e talento puro”, ricorda Fulvio Collovati, che Evaristo Beccalossi, morto oggi a 70 anni, lo ha conosciuto da vicino: come compagno di squadra all’Inter e come rivale nei derby.

Che giocatore è stato Evaristo Beccalossi?

“Evaristo è stato uno dei più grandi talenti di un periodo stupendo della Serie A, in cui di qualità ce n’era tanta. Ed era un ragazzo meraviglioso”. Quanto era amato dai tifosi interisti? “Era un idolo, nel vero senso della parola. Nei suoi confronti, gli interisti avevano una vera venerazione. Nel 1982 ci fu la sommossa nerazzurra contro Bearzot, che al Mondiale di Spagna gli preferì Antognoni”. Cosa rendeva speciale il calcio del Becca? “Aveva il dribbling stretto, una visione del gioco naturale. Era un giocoliere, ma efficacissimo. Giocatori così non esistono più”.

Che rapporto aveva con il pallone?

“Lo amava, ci riusciva a dialogare. Fra i suoi piedi, il pallone non era più solo un oggetto, lo rendeva vivo. Gli allenatori lo sgridavano perché non difendeva, non tornava. Ma cosa dovevi dirgli? Era Evaristo, era fatto così”. Com’era fuori dal campo? “Era spiritoso. Parlava un po’ italiano e un po’ bresciano. Era divertente, fino a quando non te lo trovavi contro”. Com’era da avversario? “Se averlo come compagno era una meraviglia, giocarci contro era un incubo. Lo ricordo nei derby: lui e Altobelli, per noi difensori, erano una sfida improba. Io prendevo Spillo, e già era molto complicato. Ma lui non sapevamo proprio come fermarlo”.