C’è il retrogusto amaro per la fine prematura di un ciclo vincente, anche se i 50 mila del Maradona si sono concentrati sulla festa per la vittoria contro l’Udinese (1-0, gol di Rasmus Hojlund) e soprattutto sulla conquista del secondo posto in classifica del Napoli. Applausi per i giocatori e ovazione finale dello stadio per Antonio Conte, che lascia gli azzurri in Champions e dopo averne arricchito la bacheca con lo storico quarto scudetto di un anno fa e la Supercoppa di dicembre a Riad. Il tecnico leccese va via arrabbiato con una parte dell’ambiente e si è sfogato per la mancanza di compattezza intorno alla squadra, ma è emersa lo stesso in maniera lampante - nonostante la conferenza stampa congiunta e un abbraccio formale a favore dei fotografi - la sua lontananza irrecuperabile da Aurelio De Laurentiis. L’amicizia dei due resisterà alle intemperie? Possibile. Di continuare a lavorare insieme però non se ne parla ed è apparso altrettanto chiaro che il presidente se ne sia fatto a sua volta una ragione molto facilmente, voltando pagina senza rimpianti. Conte è già il passato e De Laurentiis ha impiegato un attimo a riprendersi la ribalta, a cui ha dovuto rinunciare a malincuore negli ultimi due anni. «Il nuovo allenatore? Saremo in tanti a mischiare le carte per la panchina e dobbiamo prima vedere chi va in Champions e chi no...». Una frase sibillina, che suggerisce di tenere aperta la pista per Max Allegri. Sugli altri temi decisivi per il futuro del Napoli il presidente è stato invece decisamente più esplicito. «L’offerta americana per l’acquisto del club? Ce n’era già stata una da 900 milioni nel 2017 e poi gli arabi volevano darmi 3.5 miliardi comprando pure la Filmauro, portandomi via tutti i miei giocattoli. Non è solo una questione di soldi, chi si fa avanti deve avere davvero a cuore quello che vorrebbe comprare». Questo è il paletto non oggettivo che il presidente ha messo sulla strada dei possibili investitori Usa, che evidentemente al suo insindacabile giudizio non si sono dimostrati per ora abbastanza tifosi azzurri. Nemmeno il beneficio del dubbio invece per Gaetano Manfredi. «Spero che il sindaco non si metta di traverso: è anche juventino e non gliene frega niente. È mai possibile che dopo due scudetti io debba avere lo stadio soltanto il giorno prima della partita? Sono pronto tra due anni a costruire un impianto nuovo da 70 mila posti nella zona di Napoli Est, dove c’era la Q8. Investire sul Maradona non si può: è inadeguato. Ho detto al presidente della Regione, Roberto Fico, che se dà 200 milioni al Comune io non metterò più un euro nel Napoli». De Laurentiis rimanda al 2028 la questione della nuova stagione e non vuole nemmeno che le istituzioni rimettano a posto a spese loro il Maradona. Ma tira il freno anche sulle ambizioni del Napoli nel dopo Conte. «Forse è una piazza che pretende troppo anche da me, non posso fare i miracoli. Non saremo mai il Psg, il Bayern Monaco, il Real Madrid o il Barcellona, dobbiamo rispettare determinati budget. Il mercato? Abbiamo già in organico una trentina di giocatori e con pochissimi nuovi innesti la squadra resterà sempre competitiva. Ne tornano alla base pure alcuni che si sono trovati a disagio con il calcio di Conte e che invece potranno essere utili con un altro allenatore sulla nostra panchina». Lucca, Lang, Rafa Marin: è da loro che si riparte. Questo è il progetto. De Laurentiis ha fatto il minimo sindacale per trattenere Conte e ha dato la sensazione di condividere il sentiment di una parte dell’ambiente. «Senza i tanti infortuni avremmo rivinto lo scudetto facilmente...». Un’affermazione che il tecnico non ha condiviso e che l’ha spinto a salutare la conferenza congiunta. «Vado a casa, lascio che continui il presidente». Non solo per il resto della conferenza di ieri, ovviamente, soprattutto per il futuro, che è già cominciato. Colpa della severa preparazione di Conte, gli infortuni? A Napoli il dibattito si esaurirà solamente col cambio in panchina. Ma al Maradona era un pomeriggio di festa e il pomeriggio è scivolato via senza tensioni, al netto di un coro isolato della curva B contro De Laurentiis, zittito dai fischi del resto dello stadio. Gli azzurri hanno terminato il campionato al secondo posto e ai tifosi va bene così. Striscione per i giocatori (“Avete onorato la maglia, meritate con il mister il giusto tributo”) e ovazione finale di tutti i 50 mila per il tecnico leccese, la cui avventura a Fuorigrotta si è conclusa tra gli applausi e con una foto di gruppo davanti alla curva con la squadra. Adesso tocca al presidente, che ieri ha festeggiato i suoi 77 anni allo stadio, trovare la formula giusta per il futuro.